«Mi garba cantare a casa del doge»

Provate a pensare a un soprano lirico. Fatto? Probabilmente vi è venuto in mente un canto elegiaco e virtuosistico, con agili passaggi di voce.
Pensate ora al suo aspetto fisico. Fatto? La leggenda la vorrebbe piccola e robusta di corporatura, considerando il corpo come una cassa di risonanza; di norma non giovanissima e quasi mai elegante.
Anche voi l'immaginate così? Bene.
Nel caso di Laura Giordano, soprano lirico leggero di Palermo, da alcuni giorni in regione per l'allestimento del Don Giovanni di Mozart con la regia di Davide Garattini (sabato 4 luglio a Villa Manin e domenica 5 al Castello di San Giusto a Trieste - www.piccolofestival.org) non è affatto così: l'aspetto di Laura è perfettamente in linea con la sua voce (per calore, dolcezza e ricchezza di espressione) ed il suo fisico è quello di una top model: aggraziato, leggero, duttile e agile.
Insomma: qualcosa di estremamente gradevole da ascoltare, ma anche da vedere.
L'abbiamo incontrata a Trieste, in sala Tripcovich, durante le prove.
- Prima volta in regione?
«Ho cantato a Trieste nel 2005 e dieci anni dopo posso senz'altro dire che la ritrovo più vivace: una città di frontiera con tanti eventi culturali e molti giovani. Credo che abbia alcuni punti in comune con la mia Palermo, anche se vedo Trieste più proiettata verso l'Europa e si respira aria di Vienna, mentre la mia città - per colori e profumi - a volte sembra un mercato orientale. Sono simili e diverse, entrambe città di mare, e si sa che nei luoghi dove ci sono dei porti la gente è naturalmente predisposta ad una maggiore apertura mentale».
- E di Villa Manin cosa conosce?
«Poco, in verità. Su Google Earth vedo un spazio molto grande, dove probabilmente verremo amplificati con l'utilizzo di microfoni, cosa che con noi cantanti lirici normalmente non avviene, soprattutto a teatro dove la voce viene emessa in maniera naturale. Sono molto elettrizzata al pensiero di cantare nell'ultima dimora del doge Manin».
- Il ruolo di Donna Anna non è nuovo per lei...
«Vero. E lo interpreto molto volentieri perché un po’ mi rispecchio in lei. È un ruolo struggente e delicato. Donna Anna è affascinata da Don Giovanni e ne è particolarmente attratta, nonostante lui le uccida il padre. Praticamente è una donna sdoppiata, spaccata a metà. È una storia drammatica fin dall'inizio, un po’ simile alla sindrome di Stoccolma: quel duello psicologico che si instaura tra la vittima e il carnefice. Mozart non lo specifica molto, ma a me piace scavare nel personaggio ed è questa la visione che ne ricavo».
- Quanto conta la preparazione di un ruolo, affinché poi scatti la magia sul palco?
«È fondamentale. Si può entrare in un personaggio, in un ruolo d'opera solo dopo aver fatto molte prove e con molto sacrificio. Io inizio dallo studio del testo, solo dopo affronto lo spartito e mi prendo quindi il tempo per conciliarli assieme agli elementi registici... e ad un certo punto tutto coincide».
- Cosa la incuriosisce nella vita di tutti i giorni?
«Più delle cose materiali, soprattutto la spiritualità nelle persone. Poi amo la natura, il creato... e come vede porto sempre al collo o al polso il "tau" francescano. Cerco di vedere oltre».
- Nel suo futuro?
«C'è sempre all'erta un cambiamento, un cammino, un passaggio che mi porta altrove, pur restando profondamente fedele a me stessa».
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