Cappello: Friuli piú vuoto. Corona: dopo Pasolini, lui

Il premio Viareggio ricorda «un grande autore che faceva passare i versi sul corpo». Per lo scrittore scalatore di Erto «quelli veri come lui sono nell’oblío, misconosciuti»

PORDENONE. «La sua è una poesia che non resta io ma diventa noi, anche con quel certo pudore, quelle velature a nascondere le verità piú profonde. Per questo Federico è patrimonio della comunità, dell’umanità. Lui che ha avuto il grande merito di offrirci versi in cui si sente il respiro della vita, della sofferenza autentica, del disagio. Sentimenti che ognuno sente a modo proprio, ma che valgono per tutti».

È la voce calma e lucida di Aldo Colonnello, anima e corpo, insieme a Rosanna Paroni Bertoja, del “Menocchio” di Montereale Valcellina, il circolo culturale che, insieme alla Biblioteca, ha avuto il grande merito di intuire subito il grande talento di Tavan e di aver pubblicato negli anni, le piú belle raccolte di poesie, spesso arrivate su fogli stropicciati che Federico tirava fuori dalle tasche dell’eskimo.

«Lo incontrai per la prima volta nel 1984 a una conferenza organizzata ad Andreis dal parroco di allora, Piergiorgio Rigolo. Due giorni dopo venne in biblioteca per portarmi un testo: aveva tradotto in poesia due ore di quella conferenza. Frequentava assiduamente la biblioteca, leggeva Pasolini nella confusione del continuo viavai. Aveva una capacità di concentrazione fuori dal comune: per dimostrarmela mi ripeté a memoria il primo capitolo degli Scritti corsari. Averlo conosciuto e aver lavorato con lui – conclude Colonnello – è uno di quei regali preziosi, seppur casuali, che si ricevono dalla vita. E si tengono lí, in una tasca del cuore».

Legati a Federico da un’amicizia di lunga data erano due voci straordinarie della nostra terra come Ida Vallerugo e Pierluigi Cappello, che è stato anche uno dei promotori delle azioni per la Bacchelli a Tavan: «Da oggi – dice - il Friuli è piú vuoto. Abbiamo perso uno dei protagonisti indiscussi della poesia friulana degli anni ’90: due sue raccolte, Da marches a madones e Cràceles cròceles, sono sufficienti a farlo entrare nella storia della nostra poesia. Poesia che lui faceva passare attraverso il corpo, che era rafforzata e vivificata dalla sua voce, dal suo estro. I suoi reading erano davvero memorabili».

Per Mauro Corona «dopo Pasolini c’era lui». Lo scrittore di Erto parla di «un artista vero, puro, per questo motivo dimenticato, abbandonato. Alcuni hanno fortuna, visibilità, fama .. Ma quelli veri, come Tavan, sono nell’oblio e non vengono riconosciuti, pur essendo massima espressione della loro arte». Si dice poi convinto che «questa scomparsa prematura contribuirà a farne un grande della poesia».

Corona, che con Federico aveva frequentato il collegio Don Bosco, luogo in cui nacque la loro amicizia, sottolinea con rammarico l’episodio che ha incrinato per sempre quel rapporto: un commento pesante, «pronunciato quando non ero lucido. Abbiamo anche ricomposto, ma era rimasto un velo fra noi, perché avevo toccato il suo animo e non me l’ha mai perdonato».

Le fotografie piú vere, quelle che ci permetteranno di incrociare ancora lo sguardo luciferino del Tavan che vogliamo ricordare, sono senza dubbio quelle di Danilo De Marco, che su Federico ha peraltro scritto testimonianze pregevoli. «Ricordo – ci ha detto ieri da Parigi - che alla presentazione della mostra sui Sem Terra brasiliani, a Palazzolo dello Stella, Federico, che la presentò, disse che per noi (per me per lui e per i Senza terra) è terribilmente duro morire, forse impossibile.

Ci rincontreremo tutti a correre assieme, in un bel giorno di sole. In barba ai potenti e ai politici che si sono dimenticati della vita... dai loro attici di Londra o Parigi, qualcuno da Marsure». Ai tanti che ieri hanno avuto parole per Federico (fra i quali l’ex assessore pordenonese Gianni Zanolin che nel 2008 promosse la bella mostra-tributo al poeta, o Federico Rossi dei Colonos) si aggiunge Gianmario Villalta.

«Rimane, di lui, da un lato l’affetto che ha seminato, anche grazie alla capacità di saper cogliere l’aspetto buffo della realtà; dall’altro, soprattutto quando si è cimentato nella misura breve, quasi aforistica, lascia poesie di gradevole lettura, molte anche di spessore».

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