Udinese flop, la crisi parte da lontano. Con la Samp ultima chance per Delneri

La fiducia nel club nei confronti del tecnico di Aquileia è al minimo, con i tifosi delusi della squadra
Roma 23 Settembre 2017. Calcio Serie A. Roma-Udinese. © Petrussi Foto Press
Roma 23 Settembre 2017. Calcio Serie A. Roma-Udinese. © Petrussi Foto Press

La classifica piange. Il Friuli del calcio anche. L’Udinese concederà altri 90 minuti a Delneri per domare la Sampdoria – che però è forse la squadra più in forma del momento, comprese le big – e trovare delle risposte dallo spogliatoio, ma è chiaro che la crisi bianconera viene da lontano. Perché la spaccatura tra società e ambiente è chiara, lampante. Non è il momento adatto per attribuire colpe, assegnare salvacondotti o tirare le somme, ma è chiaro che ci sono almeno cinque elementi in rotta di collisione che rischiano di trascinare negli abissi “l’amata creatura”.

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1) La società. Non ha allestito una formazione ignobile come sembra navigando il web o cavalcando le chiacchiere da bar. Ieri la già citata Samp aveva davanti al portiere Puggioni (non Neuer) una difesa composta da tal Bereszynski, il vecchio Silvestre, il promettente Ferrari e lo scarto (del Napoli) Strinic: hanno fatto un partitone contro il Milan, a Udine un reparto così farebbe storcere la bocca. Il perché è semplice: la fiducia nei confronti del club è ai minimi termini. L’acquisto di un bomber di grido avrebbe solo nascosto i problemi, perché il peccato originale che ha minato il rapporto con l’ambiente risale al 2012, quando la squadra di Guidolin arriva terza e in Champions, mentre la famiglia Pozzo acquistava il Watford. Uno sforzo economico pagato dall’Udinese stessa. È lì che il progetto ha perso credibilità agli occhi della gente. Non l’altro ieri a Roma.

2) Il pubblico. Il discorso è collegato. Quando la proprietà non è riuscita a rinnovare la rosa di quelle squadre capaci di raggiungere risultati straordinari, la spaccatura è diventa una sorta di faglia capace di separare i desideri della gente bianconera da quelli di un club che, con la ristrutturazione dello stadio, ha cercato invece di proiettarsi nel mondo del calcio business perdendo di vista quella che per Riva Pavone era la “partita di pallone”, l’essenza dello spettacolo. Insomma, un discorso inconciliabile per colpa di clamorose pippe come Torje e Maicosuel che avrebbero dovuto sostituire il Niño Sanchez.

3) L’allenatore. A fatica, dopo aver cercato di imbottire l’Udinese di Stramaccioni di presunti assi come Kone, quella di Colantuono di puntelli come Iturra, dopo aver insistito per due anni su un centravanti in prestito dal Napoli come Zapata, si è arrivati a rimettere in circolo talenti credibili: da Jankto a Fofana, da Samir a De Paul ai quali sono stati aggiunti elementi come Barak e Lasagna. Un progettone all’insegna dei giovani affidato a Delneri che però non pare troppo elastico. Tanto che forse bisognerebbe giocare a tre (in difesa) e che Balic ed Ewandro andrebbero tolti dalla naftalina prima che diventino dei loden fuori moda.

4) La squadra. Non aiuta Gigi da Aquileia. Perché i regali che fa soprattutto in fase difensiva sono da festival del cinema dell’horror. Due gol su un piatto d’argento al Torino, altrettanti alla Roma che non avrebbe bisogno di omaggi, vista la propria forza. Così le reti subite in sei giornate sono 13 (8 fatte): più di due di media a partita. Troppe.

5) La classifica. L’Udinese è quart’ultima, ha 3 punti e sotto solo Genoa, Verona e Benevento. Ora si trova di fronte l’ostacolo Samp con le spalle al muro e nel quadro di un calendario spietato: dopo la sosta c’è la trasferta di Firenze e la partita in casa con la Juventus. Allegria.

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