Pinzi: «Un addio a malincuore ma inevitabile»

La panchina con il Palermo forse alla base della decisione di firmare con il Chievo
epa03367582 Mossoro of SC Braga (R) fights for the ball with Pinzzi (L) of Udinese during their UEFA Champions League play-off first leg soccer match against Udinese at Axa Stadium in Braga, Portugal, 22 August 2012. EPA/HUGO DELGADO
epa03367582 Mossoro of SC Braga (R) fights for the ball with Pinzzi (L) of Udinese during their UEFA Champions League play-off first leg soccer match against Udinese at Axa Stadium in Braga, Portugal, 22 August 2012. EPA/HUGO DELGADO

UDINE. Con il groppo in gola, emozionato e sorpresosi braccato dalla commozione come neanche in campo gli succede.

Fino a non farcela più, fino a smettere di parlare scoppiando in un pianto liberatorio, nascondendo i lacrimoni dietro agli occhiali da sole neri, quanto mai provvidenziali in momenti del genere. É questa l’immagine che può spiegare e rappresentare l’addio di Giampiero Pinzi all’Udinese.

L’immagine prima delle parole quindi, e non serve scomodare linguisti e semiologi per capire che è quello corporale il sistema comunicativo più veritiero in certi frangenti, quello di cui fidarsi.

Ma le parole sono altrettanto importanti, e quelle scelte ieri da Pinzi, in riposta alla domanda con le quali anche i tifosi gli chiedevano chiarimenti in relazione al trasferimento choc per molti friulani, non sono state scelte a caso dal centrocampista che ha stabilito radici in Friuli.

«La verità? Penso sia stata la scelta migliore per tutti, non voglio aggiungere altro – ha provato a spiegare il centrocampista romano –. É successo tutto in poco tempo, in fretta, non è stato premeditato niente. É uscita questa cosa, ho riflettuto tanto e parlato con chi dovevo parlare. Ho capito che era la scelta a malincuore che dovevo fare».

Così, tutto d’un fiato, come eravamo abituati a vederlo in fase di recupero, magari in scivolata sull’avversario. Tutto prima di interrompersi per le lacrime, di scappare via qualche metro più in là, sottraendosi a telecamere e taccuini, proprio come gli capita spesso in campo, quando l’arbitro sta per estrarre il cartellino per punire la sua esuberanza.

In quei frangenti lui sa bene di essere stato colto in fallo, che l’entrata dura, ma leale, può essere stata interpretata male. La metafora serve perché qui bisogna capire chi ha fatto “l’entrata” a gamba tesa, o se c’è stata una spallata decisiva che ha portato al passaggio per i prossimi due anni dell’ex bandiera bianconera al Chievo. Allora il pensiero corre alle ultime settimane in cui Pinzi ha capito di essere sceso nella gerarchia e nelle preferenze di Colantuono.

Fino a domenica sera, quando l’orgoglio non ha proprio retto di fronte alla panchina in occasione della prima contro il Palermo nel nuovo “Friuli”, nonostante gli infortuni di Badu e Kone, ma soprattutto di Guilherme, visto che Pinzi era considerato “volante” centrale da Colantuono.

E poi ancora, quando si è scaldato Marquinho, il compagno appena arrivato. Ecco la “spallata” decisiva, quella che ha portato alla notte insonne e alla richiesta di partire, con poche ore di tempo per fare tutto prima che il mercato abbassasse le serrande.

In serata era arrivato addirittura a chiedere consiglio direttamente a Colantuono, un filo diretto con la schiettezza. Il mister gli ha fatto capire che la decisione spettava solo a lui.

A quel punto avrebbe forse pesato “zero” la questione sul rinnovo contrattuale. Ma ormai è storia, come il suo rapporto con la gente del Friuli: «Fantastica. Gli anni che ho passato a Udine non si cancellano. Sono cose che porterò sempre dentro».

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