Gli ottanta anni di Pizzali, olimpionico di ciclismo senza medaglia

UDINE. I racconti volano via leggeri. Eppure Virginio Pizzali, quando correva in bicicletta, era soprattutto una macchina potente. Ora che è vicino a tagliare il traguardo degli 80 anni (li compirà il prossimo 28 dicembre) il campione friulano riavvolge il nastro della memoria e racconta la sua lunga e bella storia in bicicletta.
Panettiere. All’anagrafe è registrato come Verginio Pizzali, «ma quel nome, per un ragazzo che faceva sport, non mi andava giù». E così, «quando mi iscrivevo alle gare mi presentavo come Virginio».
La bici è sempre stata una sua grande passione, fin da quando a 10 anni faceva il panettiere a Mortegliano, suo paese natale. A 12 andò a lavorare a Bicinicco, quindi a Tricesimo.
Prime volte. «La bici era un hobby e i sacrifici non pesavano» racconta Pizzali. La prima gara la corse nel ’51: «Spilimbergo-Pordenone, categoria allievi». La prima vittoria «a Ragogna, 92 km sotto la pioggia». Era il 1952 e i successi alla fine di quell’anno saranno otto. In Italia solo altri due allievi fecero meglio di lui.
Olimpiade. Due anni dopo Pizzali si trasferiva a Milano voluto da Antonio Maspes nella squadra dell’Excelsior. Il ragazzo aveva stoffa al punto che era riuscito a stabilire il record del mondo nei 200 metri lanciati con 11’’3. La pista sembra il suo mondo e infatti nel ’56 partecipa alle Olimpiadi di Melbourne ’56. É titolare nell’inseguimento assieme a Faggin, Gandini e Domenicali. Nei quarti cade e si frattura la clavicola sinistra e picchia violentemente la testa. Gli subentrò Gasparella, velocista veneto. «Rimasi ricoverato una settimana in ospedale, il presidente del Coni Onesti, mi consegnò la tessera di campione olimpionico». Ma la medaglia non gli fu mai data.

Mondiale. Quella che poteva essere una svolta della sua carriera arrivò nel 1957 a Lipsia: Pizzali sale sul gradino più alto del podio e vince il titolo mondiale nella categoria stayer. «Il premio consistette in una macchina fotografica - ricorda -. Quando tornai in Italia la vendetti al presidente della mia squadra, l’Excelsior, per 150 mila lire».
Parigi. Alla fine di quella stagione la decisione di passare professionista e di trasferirsi a Parigi dove resterà per due anni. «Vivevo in una cameretta tre metri per tre». Nel ’59 ci sono i mondiali ad Amsterdam: a 10 giri dalla fine Pizzali è in testa, un’incomprensione con il suo allenatore che guidava la moto lo fa cadere. Nuovo infortunio alla spalla sinistra. «Da allora il mio braccio non è più stato quello di prima».
Coppi. Alla fine del ’59 un appuntamento da conservare nell’album dei ricordi. «Belgio-Italia, kermesse su pista, in squadra con me e Faggin gareggiò un certo Fausto Coppi. Io sono sempre stato un suo tifoso, eppure non ho neanche una foto di quella gara». Due mesi dopo, all’inizio del 60, Coppi morirà di malaria.
Pizzali si sposerà con Sara che gli darà due splendidi figli: Cinzia, scomparsa all’età di 40 anni, e Luca. Correrà una Milano-Sanremo, ma subito dopo verrà indirizzato nuovamente verso la pista.
«Ero adatto per le classiche su strada», il suo rimpianto. Si ritirerà nel ’63. «Decisione irremovibile», disse allora e fu di parola. «Vissi - conclude - sei mesi da incubo, poi mi adattai alla mia nuova vita di rappresentante». Una vita che all’alba degli ottanta anni racconta con invidiabile leggerezza.
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