Giro d’Italia, primo assaggio tra salita e cadute: Vingegaard attacca, Pellizzari regge

Nella seconda tappa Silva fa gioire l’Uruguay, numerosi i ciclisti finiti sull’asfalto a 22 km dall’arrivo: a terra anche il veneto Vendrame

Antonio Simeoli
La paurosa caduta a 22 km dall’arrivo
La paurosa caduta a 22 km dall’arrivo

Tre notizie in una dalla seconda tappa del Giro d’Italia, la Burgas-Veliko Tarnovo, 221 km di noia mortale per più di 190 km in un paesaggio non certo indimenticabile e poi cadute, paure, attacchi, spettacolo, sorpresona con la maglia rosa che fa felice un paese intero: l’Uruguay.

Ma la prima cosa che ha detto una tappa tormentata quasi sempre dalla pioggia è che Jonas Vingegaard in questo Giro vuol proprio fare corsa a sé. C’era una salita di nemmeno quattro km a 10 dal traguardo. Si chiama Lyaskovets Pass, 6,8% di pendenza media, punte al 13%.

Il danese ha fatto tirare il fido Davide Piganzoli, – l’ennesimo talento azzurro che dopo un apprendistato, per lui alla Polti, va a fare il gregario all’estero – ha frantumato il gruppo e poi ha dato una sgasata impressionante a 600 metri dal gpm da quasi 800 watt.

A resistergli solo il belga Lenrard Van Eetvelt (Lotto) e, soprattutto, un pimpante Giulio Pellizzari (Red Bull), il 22enne marchigiano che è l’unica speranza da podio dell’Italia.

Fino a dentro l’ultimo chilometro, quando la strada si è di nuovo impennata all’insù nella città bulgara di Veliko Tarnovo, il terzetto si stava giocando tappa e maglia rosa, perché il francese Paul Magnier col gruppo dei velocisti, tra i quali il friulano Jonathan Milan (Lidl Trek), si era staccato in salita.

Invece il manipolo che inseguiva ha rimescolato le carte e dallo sprint è uscito vincitore l’uruguaiano dell’Astana Thomas Guillermo Silva, 24 anni, ben pilotato da Christian Scaroni, poi finito quarto dietro a Florian Stork (Tudor) e Giulio Ciccone (Lidl Trek).

Ebbro di gioia il re di tappa. Nel 2019 era toccato a Richard Carapaz far felice in America Latina l’Ecuador, ieri è toccato a lui fare entrare anche l’Uruguay nella storia del Giro.

«È una grande vittoria per me, ho fatto la storia del mio paese», ha detto. Pensate che al Giro viene seguito sin dalla Bulgaria dal padre e dal fratello.

Brillante, ma anche un po’ deluso Giulio Pellizzari. «Speravo di vincere la tappa e indossare la maglia rosa – spiega – ma sono contento di come ho reagito all’attacco di Vingegaard». Prossimo appuntamento per i due? Venerdì sul Blockhaus, quando il Giro sarà sbarcato in Italia.

Vingegaard dunque, l’uruguaiano felice, ma la frazione di ieri sarà ricordata soprattutto, nell’economia d’un Giro appena iniziato, per la maxi-caduta a 22 km dalla fine.

Una carambola paurosa provocata da un corridore della Uae in un tratto in discesa. Pioveva, l’asfalto in quei casi è una saponetta-trappola. Se tocchi il freno cadi. E a terra a catena sono finiti almeno venti corridori. Anche pesci grossi. La corsa per qualche km viene neutralizzata.

La Uae, tutta giù per terra, ha perso per la generale il capitano Adam Yates (impressionante il suo volto, era una maschera di sangue), si consola con un Jan Christen in grande spolvero, ma Jay Vine e Marc Soler sono andati a casa, così come Santiago Buitrago il leader della Bahrain. Derek Gee, uomo classifica della Lidl Trek ha perso più di un minuto. Brutte notizie anche per il trevigiano Andrea Vendrame, (Jayco). Anche lui è finito a terra, è ripartito, ma come reagirà il suo fisico alle botte? Oggi volatona a Sofia, poi la carovana torna in Italia. Va detto, finalmente.

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