Dagli esordi al ricreatorio Padovan al dominio con l’Olimpia Milano: morto Gianfranco Pieri, leggenda del basket italiano
Il “Professore” triestino dell’Olimpia Milano era stato il primo vero playmaker moderno italiano. Aveva 89 anni

Gianfranco Pieri, il capostipite dei playmaker italiani, si è spento all'età di 89 anni. Dagli esordi al ricreatorio Padovan di Trieste fino al dominio con l’Olimpia Milano di Rubini e la Coppa dei Campioni del 1966: il ricordo indelebile di un campione ruspante e raffinato, rimasto sempre legato al mare della sua città.
Nove scudetti, la storica Coppa dei Campioni del 1966 con la Simmenthal Milano, la Hall of Fame della pallacanestro italiana, due Olimpiadi. Basterebbe questo palmarès sterminato per definirne la grandezza. Ma raccontare Il Professore solo con i numeri vorrebbe dire far torto alla sua natura: Pieri è stato un rivoluzionario. Il primo, vero playmaker moderno del basket italiano ed europeo.
Prima di tutto, però, Pieri era un mulo triestino. La sua storia parla il linguaggio autentico della nostra città: radici ben piantate al Ricreatorio Giglio Padovan alla fine degli anni Quaranta, dove tra palloni pesanti che venivano chiamati ancora "pallonesse", cominciò per caso a tirare a canestro. Come tutti i ragazzi triestini dell'epoca, d'inverno si frequentavano le palestre e d'estate si andava al mare o a far pallanuoto all'Edera.

Poi la crescita nella Ginnastica Triestina sotto la guida dell'ingegner Lenghi, i due scudetti Juniores consecutivi nel 1953 e 1954 insieme all'amico Claudio Boniciolli, e l'esordio giovanissimo in prima squadra. Con una particolarità che oggi fa sorridere: a Trieste, forte dei suoi 190 centimetri, della sua stazza atletica e di una velocità fuori dal comune, Pieri giocava da pivot. Esordì segnando 35 punti contro la Pesaro di Riminucci e, la settimana dopo, ne mise a referto 34 nel tempio della Borletti Milano infarcita di campioni. Aveva 17 anni. Quel giorno Milano capì di doverlo marcare stretto per sempre.
Nel 1955 la svolta: il trasferimento della famiglia in Lombardia per motivi di lavoro e l'approdo all'Olimpia. In quegli anni Milano parlava nettamente il dialetto triestino. Pieri arrivò dopo il mito Cesare Rubini e prima di Giulio Iellini, che ne raccoglierà l'eredità.
E fu proprio il Principe Rubini ad avere l'intuizione che cambiò per sempre la carriera di Pieri e la storia della pallacanestro: prendere quel centro atletico e visionario di 190 centimetri e spostarlo in cabina di regia. Fino ad allora, il play era poco più di un portatore di palla, un traghettatore. Pieri trasformò il ruolo: divenne un regista capace di creare per i compagni, attaccare il ferro in proprio, difendere con un fisico imponente per l'epoca e guidare i ritmi con un'intelligenza superiore. Robert Busnel, leggendario coach del Real Madrid, lo incoronò senza esitazioni come il primo regista d’Europa.
I compagni iniziarono a chiamarlo Il Professore. Un soprannome nato sì da quegli inconfondibili occhiali da vista portati anche in campo, ma soprattutto per l'autorità naturale e la compostezza da leader che dimostrava dentro e fuori dal rettangolo di gioco. Con le "scarpette rosse" scritte nel mito, Pieri collezionò 291 presenze e 3.152 punti con la Simmenthal, trascinando il club a nove scudetti e alla storica Coppa dei Campioni del 1966, la prima in assoluto alzata da una società italiana.

Nazionale, Olimpiadi e gloria internazionale furono la naturale conseguenza. Con la maglia dell'Italia ha collezionato circa 70 presenze, tra cui le Olimpiadi di Roma 1960 (chiuse al 4° posto sfiorando il podio) e Tokyo 1964. A Roma sfilò di fronte ai giganti americani come Jerry West, Oscar Robertson e Walt Bellamy: quella che molti considerano la Nazionale Usa più forte di sempre prima dell'avvento del Dream Team del 1992.
Nonostante avesse lasciato l'attività azzurra relativamente presto per dedicarsi agli impegni professionali e lavorativi, il suo segno rimase incancellabile, culminato nel 2008 con l'ingresso nell'Italia Basket Hall of Fame. Prima di ritirarsi definitivamente nel 1970, regalò ancora un'ultima perla cestistica portando Gorizia in Serie A.
Nonostante gli anni trascorsi a Milano, il legame con la sua Trieste non si è mai spezzato. Pieri tornava ogni volta che poteva nella sua città, per ritrovare i volti amici, fare due chiacchiere con Iellini o incontrare le glorie del basket nostrano.
In un'intervista spiegò quel filo rosso indistruttibile che unisce Trieste ai grandi playmaker (da lui a Iellini, fino a Pozzecco, Attruia, Pecile, Cavaliero e Ruzzier). "Trieste ha sempre prodotto "piccoli" di valore, con personalità e senso del canestro. Giocatori ruspanti. Una vena che non si inaridisce".
Oggi il basket italiano perde una leggenda, una mente lucidissima e raffinata che ha insegnato a generazioni di giocatori come si guida una squadra. Trieste perde uno dei suoi figli più illustri, un campione venuto dai ricreatori che ha conquistato l'Europa senza mai dimenticare da dove era partito.
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