Cuore azzurro, Danilo vuol giocare con la nazionale italiana

Ha il passaporto italiano e “chiama” il ct Conte per gli Europei.
Udine 28 Gennaio 2015 giocatore udinese Foto Agenzia Foto Petrussi/Turco
Udine 28 Gennaio 2015 giocatore udinese Foto Agenzia Foto Petrussi/Turco

UDINE. Il Brasile, l’Udinese, l’Italia. E l’azzurro. «Ho anche sangue italiano nelle vene. E il passaporto: vorrei vestire la maglia della Nazionale per i prossimi Europei. Spero che Conte mi tenga in considerazione». Ecco il sogno di Danilo Larangeira dopo quattro anni di serie A, dopo un girone d’andata vissuto da protagonista e con all’orizzonte la sfida con la Juventus, là dove c’è lo zoccolo duro di Azzurra: Bonucci, Chiellini, Ogbonna. «Io sono un estimatore anche di Barzagli, per la difesa a quattro è il migliore».

La storia

Come nasce il Danilo calciatore?

«Dalla passione per questo sport, uno sport che in Brasile è amatissimo. Così mi sono trovato a giocare nel Paulista, assieme a tanti amici. Il ruolo? All’inizio, quando avevo 13 anni, ero una mezzala destra: giusto il tempo per giocare una partita e per vedere il difensore centrale infortunarsi. Allora per tutti ero Larangeira e lui Danilo: lo sostituii oltre al posto presi anche il nome. Da allora diventai Danilo. Adesso è un mio amico, è diventato medico».

E quando si accorse che il calcio sarebbe stato il suo mestiere?

«Quando decisi di sposarmi. Mi padre mi parlò e mi disse: Danilo, devi mantenere una famiglia, lo farai giocando a calcio? Risposi di sì».

La famiglia è composta...

«Adesso da mia moglie Cristiane, da Julia che ha 12 anni e da Lucas che ne ha 6».

Il sangue italiano da chi arriva?

«Da mio nonno. Tutti mi dicono: tu ti chiami Larangeira, non sei italiano. Non sanno che il padre di mia madre fa Bellini di cognome ed è di Padova. Faceva il meccanico e andò in Brasile per lavorare in una fabbrica: si sposò con mia nonna, brasiliana, e decise di restare a vivere nello stato di San Paolo. È venuto anche a trovarmi qui in Friuli. Vorrei far venire qui anche mio padre, ma devo fargli superare la paura dell’aereo».

Il sogno azzurro di Danilo

La svolta

Cosa c’è di Italia nell’infanzia di Danilo?

«Tanta serie A. Da ragazzino le domeniche erano tutte votate allo sport in tv: prima la Formula 1 con Ayrton Senna, poi le partite. Mi ricordo un giocatore della Sampdoria che correva come un pazzo e mi piaceva tantissimo: Attilio Lombardo. Poi nel Duemila la Roma dei brasiliani. Cafù, Zago, Aldair, Emerson e Marcos Assunção con il quale giocai dieci anni dopo nel Palmeiras».

Tifava per...

«Il calcio. La serie A in quel periodo era il miglior campionato del mondo. Anche negli anni successivi, quando Kakà era l’anima del Milan.».

L’Udinese?

«È una squadra conosciutissima in Brasile. Fin dai tempi di Zico ed Edinho. Edinho è stato anche il mio allenatore all’Atletico Paranaese: è un onore per me essere il suo erede in bianconero. L’Atletico è stato l’apice per me in Brasile, visto che sono arrivato a giocarmi la Copa Libertadores, la Champions sudamericana».

Dall’Atletico Paranaense arrivò all’Udinese la meteora Warley.

«Lo conosco. Giocai con lui proprio là, dove ritornò una volta esaurita la sua avventura a Udine. Aveva dei numeri. Ma fu schiacciato dalla pressione. Era stato preso per sostituire un tal Marcio Amoroso».

Ci racconta le tappe del suo approdo qui in Friuli?

«Sì, avvenne tutto in modo particolare. Incontrai Armero in banca e mi disse: vado all’Udinese. Gli risposi: porta anche me. Dopo qualche settimana cominciò la trattativa grazie all’interessamento del nostro procuratore, Luciano Ramalho».

Insomma, un fulmine a ciel sereno.

«Quasi, anche se avevo deciso da tempo che un’esperienza in Europa sarebbe stata l’ideale per la mia carriera. E considerando che l’Italia era sempre stata nel mio destino... Mio nonno, il Paulista che era della Parmalat, il Palmeiras che era la squadra degli italiani».

Il Friuli

Eccoci arrivati dunque al 2011.

«Arrivai per sostituire Zapata. E per giocare con Sanchez e Di Natale. Peccato che il cileno fu ceduto proprio quella estate: avrei voluto giocare con lui».

Si è dovuto “accontentare” di Totò.

«Un campione. Ma se devo dirvi il nome di un giocatore che mi ha sempre colpito, per la forza e la continuità, vi dico Asamoah: è uno che parla poco e incide tanto sul gioco della squadra. A volte con noi doveva fare due ruoli, il suo e quello di Armero che si addormentava in attacco».

I primi due anni di Danilo con l’Udinese furono esaltanti: come si spiega la flessione della squadra lo scorso anno con Guidolin al timone?

«Semplice, si era esaurito un ciclo. Io sono convinto che questo sia soprattutto uno sport di squadra. Vince la squadra, non il singolo. Vince il Real, non Cristiano Ronaldo».

Un’insegnamento italiano?

«No, una mia convinzione da sempre. L’Italia comunque mi ha insegnato tanto sotto il profilo della tattica e delle metodologie di allenamento. Io quando finirò di fare il calciatore farò il tecnico: ho trent’anni ma l’ho capito già da tempo».

E l’Italia con le ha dato ancora?

«Tanto. La passione per il buon vino. La cucina? Sì, la pasta. Con zucchine e gamberi: il mio piatto preferito. Anche se mia moglie di tanto in tanto mi fa ritornare il Brasile con il riso e la farofa».

I figli?

«Si trovano benissimo anche loro. Vanno a scuola e Lucas parla benissimo anche l’italiano, oltre al portoghese. Lo usa anche in famiglia».

Il presente

Suo figlio segue il calcio?

«Viene a vedere tutte le partite in casa. Ieri mi ha detto: papà, avete battuto una squadra non troppo quotata, riferendosi all’Empoli. Gli ho detto che è stato un bel colpo fare i tre punti e che la prossima domenica sarà più difficile con la Juventus. “Papà, hai ragione, quelli hanno quel Pogba che le prende tutte anche alla playstation”».

L’Udinese ha una buona classifica: 27 punti sono lo stesso bottino del Palermo ma di voi si parla poco.

«Meglio, così possiamo sorprendere».

Danilo: di lei si dice che è il punto di riferimento per i brasiliani dell’Udinese.

«Può darsi. Sono quello con più esperienza. Se posso dare una mano alla squadra lo faccio».

Quali sono le difficoltà da superare?

«Dal punto di vista tecnico e tattico? Credo che, al di là delle qualità, bisogna fare delle distinzioni a seconda del ruolo. I difensori, vista l’organizzazione delle squadre italiane, incontrano meno problemi di adattamento. I centrocampisti, invece, fanno fatica».

Quest’anno è arrivato Guilherme...

«Uno di talento. Considerato un giocatore importante in Brasile. Deve diventare più continuo. Deve prendersi meno pause. Ma sono fiducioso. Gli ho detto: non mollare».

La crescita dell’Udinese passa anche attraverso il lancio dei giovani.

«La nostra crescita è legata soprattutto ai miglioramenti che può fare il gruppo. Dal punto di vista della classifica, invece, dico che ci manca qualcosa: gli episodi spesso sono stati sfavorevoli. L’Udinese merita qualche punto in più».

Si riferisce ai torti arbitrali? Quale errore l’ha fatta arrabbiare di più?

«Il mio presunto fallo di mano a Empoli, visto che si tratta dell’episodio più fresco. Ho respinto il pallone con la spalla, anche perchè è finito davanti a me, non lateralmente. Ma ci mancano anche i punti che ci hanno tolto con il rigore inesistente fischiato al Cesena e quello regalato al Cagliari. Già con queste vittorie adesso ci sarebbero quattro punti in più nella nostra classifica».

Il futuro

Danilo, l’Udinese si avvia a festeggiare i suoi 120 anni nel 2016, trenta dei quali con Gianpaolo Pozzo al timone.

«Quello che è riuscito a creare Pozzo qui a Udine è qualcosa di incredibile: lo considero un tifoso capace di fare l’imprenditore. Un imprenditore che si godrà la realizzazione di uno stadio come pochi in Italia».

Si vede ancora a lungo in bianconero: potrebbe diventare un punto di riferimento...

«Nel calcio di oggi non si possono fare previsioni a lunga scadenza. Qui sto bene, ho ancora tre anni di contratto con l’Udinese, ma per me sono importanti anche le motivazioni. Voglio giocare per vincere. Per questo mi piacerebbe giocare anche per l’Italia».

E non si troverebbe male: il ct Conte usa spesso la difesa a tre, un cavallo di battaglia dell’Udinese...

«Vero, ma vi confesso che quella a quattro è la mia preferita».

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