«Che anni con l’Udinese è mancato solo un trofeo»

Bortoluzzi, vice di Guidolin ora a Verona, domenica sfiderà i bianconeri e i ricordi
Di Pietro Oleotto
Udine 29 Luglio 2015. Udinese Calcio. Amichevoli estive. © Foto Petrussi
Udine 29 Luglio 2015. Udinese Calcio. Amichevoli estive. © Foto Petrussi

«È difficile. Difficile scegliere un solo momento». Quattro anni sono lunghi e quei quattro anni dell’Udinese, dall’estate del 2010 a quella del 2014, ancora di più. Vittorie inattese, piazzamenti europei, titoloni non solo in provincia e classifiche al miele. «Per me indimenticabile resta la serata di Anfield», racconta Diego Bortoluzzi, il braccio destro di Francesco Guidolin a Udine, adesso vice di Andrea Mandolini a Verona, uno degli avversari che i bianconeri si troveranno di fronte domenica, nel derby del Bentegodi.

Bortoluzzi, peccato che Hellas-Udinese non lasci spazio alla poesia: la vittoria di una può “inguaiare” l’altra.

«Questo è un campionato equilibrato. Il risultato di domenica sarà importante ma non determinate: certo è che dopo la settima giornata bisogna far vedere di che pasta è fatta la squadra, altrimenti si rischia davvero di soffrire per il resto della stagione. Anche perché gli scontri diretti tra le squadre che occupano la seconda colonna della classifica non mancheranno nelle prossime cinque giornate, prima della nuova sosta».

Ma si aspettava un andamento così rivoluzionario?

«E chi si aspettava la Fiorentina prima da sola a questo punto della stagione? Pochi tifosi anche tra quelli viola. Ma alla lunga penso che i valori verranno a galla e questo vale sia per il Verona, sia per l’Udinese».

Ci sono squadre che reggono l’urto con i club blasonati, il Sassuolo, per esempio: può recitare la parte dell’Udinese di Guidolin?

«Quella di Sassuolo è una realtà consolidata, ormai. Stanno lavorando bene e i frutti si vedono. Anche se la “nostra” Udinese è stata davvero tanta roba: un quarto, un terzo e un quinto posto, nell’ordine. Non so se mi spiego: risultati di grande spessore con un piccolo rammarico».

Quale?

«Non aver messo nella bacheca un trofeo. Non è presunzione. È un’analisi a posteriori di quel momento del calcio italiano, senza veri padroni per un paio di anni, tra i fasti dell’Inter e il dominio della Juventus».

È un concetto che ha sottolineato recentemente anche il suo “vecchio” capo, Guidolin, in un’intervista.

«C’erano dei valori importanti in quello spogliatoio e non mi riferisco soltanto a quelli tecnici. Parlo di uomini di spessore, capaci di dare l’esempio ai più giovani. Giovani che poi riuscivano a far vedere tutto il talento che avevano dentro. Si potevano trattenere? Un sognatore risponderebbe di sì. La realtà invece ti dice che se ti chiama il Barcellona e hai 22 anni, come è stato nel caso di Sanchez, sei un pazzo a dire di no».

Bortoluzzi, ha nominato Sanchez. E poi?

«Farei un torto se facessi un elenco incompleto: ma un tifoso dell’Udinese non può non rendersi conto del valore di gente come Benatia, Inler, Asamoah, anche Isla che purtroppo ha avuto un gravissimo infortunio e che, una volta andato via da Udine, non è più tornato ai livelli di quelle stagioni».

La chiamano il tattico all’interno dello spogliatoio.

«Per la precisione O’tattico, come disse la prima volta Bernardo Corradi dopo un’analisi degli avversari durante la settimana. Da allora mi è rimasta appiccicata quella etichetta: la ricordo con piacere, ma non perché mi ritengo un fenomeno delle strategie tattiche. Diciamo piuttosto che sono un attento osservatore».

E qui torniamo ad Anfield: possibile che “il tattico” sia rimasto folgorato soprattutto dalla vittoria sul Liverpool.

«Chi conosce le mie passioni sa che sono un tifoso dei Reds e un grande ammiratore di Steven Gerrard. Anni fa Zamparini a Palermo mi chiese un’opinione su un giocatore che avrebbe potuto lasciare Liverpool. Un centrocampista. Risposi: guardi presidente che al fianco di Steven gioco bene anche io. Un leader. E un signore. Dopo la sconfitta lo rincorsi nei corridoi di Anfield per farmi autografare due libri con la sua biografia. Lo fece e mi ringraziò per averli comprati».

È stato l’uomo simbolo dei Reds,un po’ come Di Natale che ha scelto di restare a Udine: magari lontano dal Friuli avrebbe vinto di più...

«Totò è un ragazzo intelligente. Ha capito che l’ambiente friulano era fatto per lui. Ciò non toglie che il Di Natale di 28-30 anni nel Barcellona avrebbe fatto 40 gol a stagione. Scrivetelo pure».

È stato uno dei simboli della “sua” Udinese. L’Udinese di Guidolin: perché è finito quel ciclo?

«Perché in Italia funziona così. I successi si dimenticano presto e i momenti di difficoltà mettono in discussione tutto e tutti. In questo senso Udine è una tipica realtà del calcio italiano. Dal punto di vista personale, invece, dico che sarei rimasto in Friuli a vita, come disse anche Guidolin».

Bortoluzzi, per ricominciare ha scelto Verona...

«Mi è stata offerta questa opportunità e l’ha accettata al volo, proprio perché non volevo andarmene lontano da casa».

E Guidolin? Anche lui pare pronto a una nuova avventura.

«Già, credo che tra un po’ lo vedremo su una panchina. D’altra parte quello è il suo ruolo: lui è nato per allenare».

Chiudiamo allora col suggerimento azzeccato che diede al Guido ai tempi di Udine e che la riempie d’orgoglio.

«Francesco è uno che chiede e ascolta i suoi collaboratori. Ma posso garantire di non averlo mai trovato senza l’intuizione giusta. A volte però ci sono arrivato anche io, contemporaneamente. Prendete Pereyra: adesso è uno dei pochi centrocampisti in grado di saltare l’uomo. All’Udinese arrivò come esterno, ma dopo un po’ ci accorgemmo delle sue qualità. Così lo piazzammo in mezz’ala con l’allora ds Larini non troppo d’accordo. “Lo abbiamo preso dal River Plate che faceva la fascia sinistra”, mi disse un giorno. Risposi: direttore, ecco perché sono retrocessi dopo per la prima volta nella loro storia».

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