Udinese arrostita

I bianconeri reggono nel primo tempo, poi c’è solo la Roma
Di Pietro Oleotto

INVIATO A ROMA. Sotto questo sole, bello pedalare: l’Udinese l’ha fatto solo per un’ora, arrostita dalla calura di Roma. E ha ricavato un’altra figuraccia dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia, complici le incertezze di una rosa da ricalibrare e una forma che, giocoforza, non poteva essere all’altezza di quella degli avversari, già rodati dai preliminare di Champions League.

Insomma, non è piaciuto il piano di Iachini, all’esordio da condottiero bianconero e forse ispirato dalle vacanze, da quelle rocche inespugnabili sul mare, incastonate nell’Adriatico, come Ragusa, Dubrovnik, dove di questi tempi c’è ancora qualche tifoso che giace sul telospugna.

I romani, quelli veri, quelli che hanno fatto la storia, la chiamavano “lau”’, la rupe. La rupe dell’Udinese ieri era un 3-5-1-1 di “guidoliniana” memoria, lo schema di Di Natale punta unica e di Sanchez pronto a scattare alle sue spalle. Iachini non ha una simile qualità: ha scommesso sul disorientante Zapata, ancora un’incognita per rendimento dopo un anno di prestito dal Napoli, e De Paul, alla prima in serie A. Facile capire che, con queste premesse, la partita dell’Udinese ha ruotato attorno al centrocampo: Fofana perno centrale, Badu a destra, Hallfredsson (a sorpresa) a sinistra, mentre sulle fasce con Widmer ecco materializzarsi l’olimpico Ali Adnan. Dietro ancora Heurtaux (prova d’appello), Danilo e Samir - visti gli acciacchi di Felipe - a protezione di Karnezis che per più di un tempo non corre rischi, anche perché Dzeko nella prima mezz’ora è ancora quello dello scorso anno.

Dall’altra parte l’Udinese si chiude a riccio, riparte un paio di volte con De Paul, reclama per un fallo da rigore che l’addizionale Russo di Nola nega a Widmer. I replay delle tv emettono verdetti contrastanti. Sì, no, ni. Si discute, come bisognerabbe discutere sull’azione che sblocca il risultato e indirizza la partita dopo la prima ora di gioco. Perché Dzeko parte in più che sospetta posizione di fuorigioco prima di essere agganciato da Danilo in area per il penalty dell’1-0 (firmato da Perotti).

Da quel momento la rocca dell’Udinese crolla sotto i colpi romanisti che mettono a ferro e fuoco la difesa bianconera, mentre Iachini pare in balia delle onde del mare (della propria indecisione): entra Evangelista, no Penaranda; esce Zapata, no De Paul (De Paul?) con Hallfredsson boccheggiante assieme al reduce da Rio Ali Adnan. Ne prende quattro stavolta (lo scorso anno furono cinque con il Palermo, l’aria di Roma non gli fa bene) e resta a guardare Zapata ancheggiare da centravanti: era lui da cambiare, glielo diciamo noi per toglierlo dall’imbarazzo.

Alla vigilia aveva dichiarato che la sua squadra deve osare per portare qualcosa a casa, con Zapata ha fatto un tiro in porta ed è uscita dal campo con i tifosi friulani (duecento circa) che ricantavano: «Devi spendere» rivolgendosi a Pozzo. È soltanto la prima giornata, Ferragosto un ricordo vicino, ma il campionato ha già emesso il primo verdetto: questa Udinese deve cambiare faccia in fretta, in una settimana. Prima dell’Empoli sotto l’arco dei Rizzi.

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