Udinese, l’addio di Trevisan: «Lascio in eredità lavoro e umiltà»

Angelo Trevisan lascia il ruolo di responsabile del vivaio. «Qualcosa di buono ho fatto se sono rimasto 19 anni. Prevedo che Pafundi e Palma faranno parlare di loro»

Stefano Martorano
Domani dopo 19 anni finisce l’avventura di Trevisan all’Udinese
Domani dopo 19 anni finisce l’avventura di Trevisan all’Udinese

 

Diciannove anni. Tanto è durato alla guida del settore giovanile dell’Udinese Angelo Trevisan, dirigente pordenonese classe ’58 che da oggi svuoterà il suo ufficio in sede per lasciarlo allo spagnolo Josè Rodriguez, prescelto dalla società per innovare il comparto a livello metodologico.

Trevisan, come ha appreso il cambiamento voluto dalla proprietà?

«A contare più d’ogni altro aspetto è il rapporto intessuto con la società che ringrazierò per sempre. Logico che mi farà effetto non fare più parte della famiglia dopo tanto tempo, ma allo stesso tempo penso che se sono rimasto diciannove anni vuol dire che qualcosa di buono ho fatto anch’io».

Prima di riavvolgere il nastro le chiediamo quale eredità lascia in consegna a Rodriguez...

«L’eredità è il lavoro e l’umiltà che contraddistingue l’Udinese, una società in cui si pensa sempre a migliorare e a non fermarsi mai. È la chiave per capire le strategie di Gino Pozzo che ha sempre avuto idee vincenti. Adesso, per esempio, ha deciso di scegliere un metodo differente di formazione per i ragazzi e gli allenatori affidandosi alla scuola spagnola, e lo farà con i conti a posto senza follie».

A proposito di formazione, gli almanacchi dicono che ne sono arrivati pochissimi in prima squadra dal settore giovanile...

«Pafundi e Palma sono una risposta interna, la più recente, ma basta guardare ai Vicario, a Scuffet w Meret, ai De Paoli, Marello, Pirrò, Cigaina e Del Fabro, che come molti altri sono usciti dal nostro settore giovanile che da anni guarda e punta al territorio. Il Como, ad esempio, che ha speso 8 milioni per vincere il titolo Primavera, che poi non vinto, ha 37 ragazzi in convitto, il Sudtirol 29, mentre l’Udinese non arriva a dieci perché lavora con i ragazzi della regione».

Altre considerazioni?

«La formazione non è solo dei ragazzi, ma riguarda anche i tecnici, e allora ecco i preparatori dei portieri Alex Brunner a Sergio Marcon, Matteo De Biaggio, collaboratore oggi in prima squadra, e i fisioterapisti Alessio Lovisetto e Antonio Iuliano. Sono tutti ragazzi cresciuti negli anni e partiti dal settore giovanile».

Trevisan, esiste la crisi del talento in Italia?

«Sì, e la responsabilità è anche di alcuni dirigenti. Comprare all’estero conviene rispetto all’Italia dove si vuole speculare troppo e poi le nostre generazioni sono diverse da quelle di trent’anni fa, quando i ragazzi giocavano otto ore al giorni a calcio, le stesse ore che giocano adesso ma in una settimana».

Altri fattori che incidono sulla formazione dei giovani?

«Le famiglie sono cambiate. Molti genitori credono che i loro figli siano fonte di benessere, ma il calcio resta un gioco».

Cosa si porterà dentro la valigia quando lascerà la sede per l’ultima volta?

«Tra i momenti belli tre campionati vinti, le semifinali col Palermo con Zielinski e Bruno Fernandes e il dolore per la scomparsa di Luca Mattiussi».

Una previsione per il futuro?

«Palma e Pafundi sono due talenti cresciuti con noi e sono sicuro faranno parlare di loro».

 

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