L’eternità del gigante friulano: Giampaolo Pozzo e quei quarant’anni a custodia dell’Udinese
Tra il rigore della terra e la visione di un calcio che cambia, il ritratto di un Patron che ha trasformato un aiuto in un’epopea. Con il figlio Gino a tracciare la rotta e il mito di Di Natale a fare da bussola

Dicono che con l’età che avanza le passioni vengano meno. Quando lo vediamo sbucare dal suo ufficio nella sede dell’Udinese ci mettiamo un nanosecondo a capire che esistono delle eccezioni.
Giampaolo Pozzo è una di queste. Il gigante friulano, perché di tale si tratta tra imprenditoria e sport, e le due cose le mettiamo allo stesso livello, quando il collega gli preannuncia che ci sono 40 domande a cui rispondere, una per ogni anno al timone dell’Udinese, ha un sobbalzo.
E precisa con la modestia tipica di queste parti: «Ma io all’Udinese, la squadra del cuore, quella per cui andavo a tifare al Moretti e per cui ho fatto innamorare anche mio figlio Gino, nel 1986 volevo solo dare una mano in un momento di difficoltà quando fui coinvolto da Franco Dal Cin, mica volevo comprarmela».
Dare una mano, in fondo, è un paradigma del friulano vero.
Gino ora orchestra, spiega, punzecchia, in fondo rifarebbe tutto quel che ha fatto, compreso la cessione di Sanchez nell’estate 2011, quando la piazza quasi provava a toccare il sole (lotta scudetto) ingolosita dalla meravigliosa primavera 2011 dei Guidolin boys.
Lui, Giampaolo, ascolta. E ricorda. Bene. I migliori difensori mai avuti in quarant’anni? C’è la fila, il figlio li snocciola. Fa fatica a sceglierne tre. Lui no.
Al Patron non gli puoi toccare il capitano, Calori, una delle sue prime scoperte, Sensini, e il primo amore: Fulvio Collovati. Benatia, Kroldrup, Felipe, Bertotto, Bijol (forse Solet?). No, lui sceglie l’eroe Mundial 1982, friulano, e chiamato a soccorrere la sua prima Udinese, quella della penalizzazione impossibile di 9 punti da recuperare. E anche stavolta, a ripensarci, il Patron ha ragione: Collovati era forte forte.
La partita più bella? De gustibus ovviamente. Gino pensa a quelle europee, rigiocherebbe quella di ritorno nei preliminari Champions 2012 col Braga, lui no: Bologna, Stadio Dall’Ara, sabato 12 giugno 1993. L’Udinese batte il Brescia, con perla di Orlando da calcio d’angolo, e resta in A.
È pragmatico il Patron, sogna di tornare in Europa, ma resta sempre con i piedi per terra invitando, a ogni inizio stagione, a pensare prima alla salvezza. E quella fu una partita storica, per la prima volta nella gestione Pozzo l’Udinese si garantì la permanenza in serie A per due stagioni di fila.
Il giocatore più amato? Gino pensa, snocciola, setaccia le ipotesi. Lui no, pesca quel napoletano che giurò fedeltà all’Udinese rifiutando la Juve nel 2010. Guai a toccargli Totò Di Natale.
Certo, ha avuto Bierhoff, Amoroso, Zaccheroni, Guidolin, Sanchez, De Paul, ma Totò è Totò. Quello che rifiutò la Juve per la sua Udinese. Gino ricorda la stanza magica con le videocassette per lo scouting che 30 anni fa nessuno aveva, lo stadio diventato modello, l’intelligenza artificiale già però affiancata da un brevetto per la scelta dei giocatori che solo l’Udinese ha, i fondi americani alla finestra. Il gigante gli stringe forte il braccio. «Ma solo se vogliono darci una mano». Il Patron ha 85 anni e la passione è sempre la stessa.
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