Toros racconta: "Ecco come nacque il modello Friuli, mai più replicato"

UDINE. Ricorda il dibattito parlamentare sulla legge della ricostruzione con una lucidità impressionante. Ripete che il modello Friuli è stato applicato solo nella nostra regione. Il senatore, Mario Toros, compirà 94 anni a dicembre. Quarant’ann anni fa era ministro del Lavoro.
A pochi giorni dal secondo anniversario del sisma che distrusse il Friuli, ripensa a quando la gestione dell’emergenza era un fatto solo friulano. Il 6 maggio Toros era a Roma. Alle 21 abitualmente telefonava alla famiglia, provò anche quella sera ma stranamente cadeva la linea e se ne andò a riposare. A mezzanotte il telefono squillò, era l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga. «Mi ripeteva “caro Mario coraggio, si sa che ci sono centinaia di morti. Domani, alle 8.30, Moro vuole incontrarti a palazzo Chigi con il presidente Comelli”».
Toros non poteva immaginare che il presidente del Consiglio aveva già chiaro in mente lo schema d’azione diventato poi quel modello Friuli tanto reclamato e mai più replicato.
Alle 8.30 del 7 maggio Toros si presentò a palazzo Chigi. «“Ho deciso di fare un decreto legge per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli. Penso di dare attuazione alla Regione che può utilizzare l’autonomia dei Comuni. Nominerò un commissario per l’emergenza”».
Toros interrompe il racconto per ricordare che «in quel momento l’Italia si trovava con le Camere sciolte e le elezioni anticipate a giugno. Il Governo garantiva l’ordinaria amministrazione e ritenne di delegare la Regione alla ricostruzione».
Ancora oggi Toros si stupisce della lucidità di Moro che, nel giro di poche ore, aveva tracciato una linea perfetta. «”Ve la sentite” ci chiese e la nostra risposta fu sì». Il ministro Toros, in quanto friulano, venne incaricato di gestire la battaglia parlamentare per trasformare il decreto in legge con il consenso di tutte le forze politiche. Ci riuscì.
«Dovevo domandare il voto all’aula, lo feci poi il presidente diede la parola al relatore che era l’onorevole Ripamonti. Su alcuni articoli, il relatore propose diverse emendamenti migliorativi ai quali mi associai». Non poteva fare altrimenti: «Anche se erano in contrasto con il testo proposto dal Governo, ho pensato al Friuli distrutto e mi assunsi la responsabilità di approvarli».
Rinviare sarebbe stato troppo rischioso, la legge rischiava di impantanarsi nel dibattito parlamentare. «Alla Camera - rivela Toros - avevamo il timore che i deputati eletti con il voto di preferenza disertassero la seduta invece si presentarono e votarono a favore. Impiegarono poco tempo a votare, la dichiarazione di voto per conto della Dc la face l’onorevole Bressani».
L’impegno dei parlamentari friulani fu totale nell’approvazione delle tre leggi fondamentali proposte dai governi Andreotti, Spadolini e Craxi. Nell’ordine, la più importante era quella che attuava le linee del decreto, la 546/77 seguita dalle finanziarie 828/82 e la 879. Nelle sedute di commissione tutti i partiti delegarono i colleghi friulani a esprimersi sul testo.
Tra questi Toros ricorda il goriziano Silvano Bacicchi (Pci), Claudio Beorchia (Dc) e Giuseppe Tonutti (Dc). «I partiti - continua l’onorevole - mandavano in commissione i parlamentari friulani». Tutti puntavano allo stesso obiettivo, era un lavoro frutto di un accordo tra le forze politiche.
Il decreto convertito in legge dava il mandato di attuazione alla Regione e ai Comuni. «Era un’impostazione triangolare. Lo Stato finanziava e controllava, la Regione e i Comuni attuavano». Ma la finezza di quel decreto fu l’aggiunta della parola sviluppo.
«Il decreto, per volere di Moro, diceva ricostruzione e sviluppo del Friuli - spiega Toros. Con la parola sviluppo abbiamo potuto risolvere il problema dell’università, dell’autostrada e della Pontebbana».
Era il tempo in cui diverse zone italiane chiedevano l’istituzione delle università e il Governo aveva deciso di bloccare tutte le nuove proposte. «L’unica eccezione venne fatta per il Friuli, grazie al decreto trasformato in legge sulla ricostruzione e sviluppo del Friuli fummo in grado di istituire l’università degli studi di Udine».
Ricordati i vari passaggi, Toros insiste a dire che dopo il 1976, in presenza di altri terremoti, questo percorso non è più stato seguito.
«Quando si parla di modello Friuli sono due i passaggi che lo caratterizzano: «Il primo è la grandezza del decreto legge voluto da Moro, il secondo il fatto che tutti i politici votarono a favore. Il modello Friuli - insiste Toros riferendosi alle proteste dei Comitati delle tendopoli - non è l’attività fatta dai parroci e dalla Chiesa, il modello Friuli è questo e quando si dice imitiamo il Friuli bisogna seguire questo percorso».
Secondo Toros, insomma, il modello Friuli è unico in tutti i sensi. Lo è anche per il fatto che non è più stato replicato neppure nell’Italia centrale dove tutti lo invocano. La nomina del commissario alla ricostruzione è l’esatto contrario della delega assegnata, nelle primissime ore dell’emergenza, alla Regione.
«In Friuli il commissario ha gestito solo l’emergenza. Chi ha fatto tutto sono stati la Regione e i Comuni. Hanno potuto farlo perché il decreto lo prevedeva». E al fianco della Regione e dei Comuni operava l’ingegner Emanuele Chiavola, segretario straordinario per la ricostruzione. «A Chiavola bisognerebbe dedicare un monumento» aggiunge il senatore ricordando il lavoro svolto dai friulani nel mondo diventati tanti ambasciatori della loro terra.
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