Majano, l’operaio: «Sentii una vocina, era un bambino che chiedeva aiuto»

Una vocina proveniente da sotto le macerie del condominio “Friuli”, in via Udine, a Majano, si avvertiva appena. Era il lamento di un bambino che si perdeva nella notte del 6 maggio 1976. Gabriele Sangoi aveva 4 anni, non sapeva ancora che il terremoto gli aveva portato via i genitori, Luigino e Andreina, la sorellina Tania di 3 anni e la zia Fedora.
A sentire la sua voce fu Livio Bortolotti, un operaio di Majano giunto in via Udine con la pala meccanica per aprire la strada interrotta dalle auto e dai resti delle case che il terremoto aveva scaraventato in mezzo alla carreggiata. Bortolotti assieme all’amico Enzo Gosparini liberò il piccolo e lo consegnò al medico di base. Gabriele ricorda pochi particolari, è certo di aver pianto perché nella fuga aveva dimenticato la barchetta che proprio quella sera gli aveva regalato il padre.
Inizia da qui la nuova vita di Gabriele, che dopo aver perso il sorriso fu sottoposto a cure altrettanto dolorose nei sette mesi di degenza in ospedale. I medici riuscirono a evitargli l’amputazione delle gambe che inizialmente sembrava l’unico epilogo possibile. Rimasto senza gli affetti più cari, è cresciuto con i nonni e il ricordo di un dramma straziante che gli segnò non solo l’infanzia.
A sentire il bisogno di raccontare questa storia è Bortolotti, l’operaio che la sera del 6 maggio, subito dopo la scossa, andò da uno dei fratelli Riva, titolari dell’omonima impresa per la quale lavorava, a chiedere in prestito la pala meccanica per sgomberare le strade dalle macerie.
«In via Udine mi fermai a spostare forse una bicicletta o altre cose che non mi consentivano di passare, sentii un lamento e pensai “qui c’è qualcuno sotto”». Bortolotti provò a sollevare i poggioli crollati, ma non riuscì ad alzarli. Si sentiva impotente di fronte a quella vocina. Ma non si arrese. Si girò e vide arrivare l’amico Enzo, il meccanico del paese. «Lo mandai in officina a prendere due grossi cric per mezzi pesanti e assieme - racconta - abbiamo alzato i poggioli».
Bortolotti tende a semplificare, ma estrarre Gabriele non fu un’operazione facile. La facciata del condominio aveva travolto Luigino con in braccio Gabriele. L’uomo morì sul colpo, mentre il bambino rimase incastrato nell’ammasso di lamiere delle auto in sosta sulle quali erano piombate le travi in cemento armato. Una di queste aveva fracassato le gambe a Gabriele.
In questo inferno bisognava agire con cautela, il rischio di crolli era altissimo. Gosparini e Bortolotti dopo aver alzato le travi con due martinetti tagliarono i ferri con lo scalpello. Colpo dopo colpo. Lavorarono due ore prima di riuscire a liberare il bambino. Gabriele oggi è un uomo e ha voluto stringere la mano a Enzo, l’uomo che armato di pazienza ha sfidato le scosse di assestamento per evitare che il terremoto spezzasse anche quella piccola vita.
Quella notte. La sera del 6 maggio, Gabriele era un bambino felice. Giocava con la barchetta che aveva appena ricevuto in dono dal padre rientrato da Venezia, da uno dei tanti viaggi di lavoro. Luigino Sangoi era un imprenditore, si occupava di segnaletica stradale.
Se non fosse stato per quel rientro, Gabriele e la sorella Tania forse sarebbero rimasti da nonni ed evitato l’inferno provocato dal crollo del condominio a Majano. «La mamma venne a prenderci perché rientrava nostro padre» racconta, ricordando l’arrivo della scossa e la corsa affannata lungo le scale del condominio Friuli. «Mio padre era da sempre preoccupato per la tenuta di quel condominio troppo alto. Continuava a ripetere, “se viene un terremoto non so se tiene”.
Alla prima scossa venne a prendermi e mi portò fuori. Piangevo perché nella fretta avevo dimenticato la barchetta in camera». Quelle non furono le uniche lacrime versate da Gabriele, continua a farlo anche mentre racconta la sua storia. «Lungo le scale - continua - mio padre sollecitava le altre famiglie a uscire, mentre mia madre tornò indietro a prendere le chiavi dimenticate nel salotto di casa».
Andreina recuperò le chiavi, ma perse la vita perché scendendo nuovamente le scale, il movimento ondulatorio e sussultorio mando a pezzi il condominio. Le scale crollarono e lei con loro. Aveva appena 29 anni. Sette in meno del marito.
Nell’innocenza dei suoi anni, Gabriele non percepì tutto questo. Avvertì solo il buio e un brivido quando si trovò con le gambe bloccate nel buco nero del condominio. Anche la sorella Tania, 3 anni, se n’era andata per sempre, come pure la zia Fedora, la donna non aveva neppure 30 anni. Da quel buco capiva che uno o più adulti stavano cercando di liberarlo, poi la corsa in ospedale e la drammatica ipotesi di rimanere senza gambe.
Ma più drammatica fu l’intuizione di essere rimasto solo. Lo capì una mattina quando il nonno, con passo scomposto, varcò la soglia della camera e lasciò intuire un momento di debolezza. «Quando mio nonno arrivò in ospedale capii che quello che intuivo era la realtà. Nessuno mi disse nulla, tutti tergiversavano. Non feci domande, gli dissi solo che il condominio era caduto e che quindi non costituiva più un pericolo. In certe situazioni le parole sono inutili, anche i bambini sanno ascoltare e comprendere certe cose».
«Rischiai l’amputazione, i medici dell’ospedale di Udine hanno fatto un miracolo e in sette mesi di degenza riuscirono a evitarlo. Porto ancora le cicatrici, sono cicatrici pesanti, ma cammino bene». Gabriele tace, il silenzio pesa più delle parole.Il ricordo di quel calvario è doloroso. La voce di Gabriele esce a fatica, si blocca e in quei secondi lunghissimi affoga il pianto in un silenzio. «I medici dell’ospedale volevano adottarmi, arrivarono richieste anche dall’estero, ma mio nonno si rifiutò».
Domenico e Angelina Toniutti, nonostante il dolore per la perdita dei familiari, si rimboccarono le maniche e, a Buja, allevarono Gabriele come un figlio. «Erano friulani vecchio stampo, non mi hanno mai fatto mancare il loro affetto». Ma l’amore dei nonni non riuscì a colmare quello di un padre e una madre.
I genitori che Gabriele avrebbe voluto avere a fianco quando diventò padre, ai quali continua a pensare cercando di immaginare come potrebbero essere. Alle sue due figlie, Gabriele ha raccontato più volte la sua storia: «”Ho già vissuto tre volte più della zia Tania” mi dice spesso la mia secondogenita».
La vita di Gabriele continua a scorrere normalmente anche se le cicatrici che porta sulle gambe continuano a ricordargli quella notte. Ecco perché quel bambino, oggi adulto, ha sempre voluto ringraziare chi gli salvò la vita in quella notte di maggio quando gemeva da solo in mezzo al disastro. Se Bortolotti non si fosse fermato a spostare la bicicletta, chissà se qualcuno avrebbe sentito quel lamento? «I veri eroi - conclude Gabriele - sono gli uomini e le donne che ci hanno soccorso, non dimenticherò mai la loro generosità».
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