La rivelazione di Varisco e il patto di Gemona sulle macerie: quel «ci proveremo» di Comelli che convinse Aldo Moro

Retroscena sulla nascita del Modello Friuli: l'8 maggio 1976, sopra le rovine della Caserma Goi, il Presidente della Regione chiese la delega totale. Il racconto inedito di chi c'era

Ha ragione il senatore Diego Carpenedo a riportare l’attenzione sui giorni che seguirono la tragedia del 6 maggio 1976. Furono momenti che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Sia per ragioni affettive che per il ruolo istituzionale che in quel momento eravamo chiamati a ricoprire e che poneva, allora, in un particolare stato di responsabilità. Vissuta appieno. Senza risparmio.

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Per queste ragioni anche io, come il senatore, ricordo bene la genesi del modello Friuli. Il momento in cui Moro e Comelli si “strinsero la mano” dopo aver preso una decisione che sarebbe passata alla storia del Fvg, ma più in generale del Paese: affidare alla Regione la delega per affrontare la ricostruzione. Carpenedo ricorda bene, ma omette, sono certo involontariamente, un passaggio.

E’ vero che formalmente la decisione venne presa all’interno dei palazzi romani, come naturalmente doveva essere, ma fu, quella, solo la certificazione di una scelta compiuta di slancio, sull’onda emotiva e il richiamo alla responsabilità di cui ho parlato poc’anzi, dal nostro compianto presidente, Antonio Comelli.

Aldo Moro arriva in Friuli a meno di 48 ore dal sisma. E’ l’8 maggio quando atterra alla base di Rivolto e con un elicottero militare viene portato fino a Gemona dove ad aspettarlo, oltre al sottoscritto e al presidente della Regione, c’erano il sindaco di allora, Ivano Benvenuti, e un nutrito gruppo di rappresentanti delle forze armate. Ricordo il generale De Acutis e il maresciallo Leonardi (capo della scorta di Moro che poi sarà ucciso in via Fani nel 1978 al momento del rapimento dello statista).

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Dopo un veloce sopralluogo alla parte bassa della città, ricordo che salimmo su un cumulo di macerie, all’incirca dove oggi sorge la chiesetta all’interno della caserma Goi Pantanali. Lì restammo, per un attimo, con lo sguardo rivolto alla città alta andata distrutta.

Con un senso d’impotenza che fu Comelli a tagliare con il coltello. Si girò verso il premier e gli disse: “Presidente, vorrei porle una domanda. Crede che potremmo gestire noi direttamente la ricostruzione del Friuli?”. Moro, lo ricordo come fosse accaduto ieri, lo guardò per un attimo in silenzio. Sul volto un’espressione perplessa. Poi gli risposte: “Ve la sentite di assumere un impegno così gravoso?”. “Ci proveremo - gli rispose Comelli -. Non dovessimo riuscirci allora chiederemo aiuto allo Stato”.

Perché la genesi della delega sia completa è necessario questo preambolo, altrimenti l’idea che ci si fa è che l’artefice del miracolo realizzato dal Friuli nel post terremoto sia il Parlamento, che certo, ebbe un ruolo determinante, decisivo, ma solo grazie al coraggioso passo avanti compiuto in quel sopralluogo dell’8 maggio Comelli. Ci si potrebbe chiedere perché allora Moro abbia avuto la necessità di chiedere in seconda battuta qualcosa di cui già conosceva la risposta.

Mi riferisco all’episodio citato da Carpenedo. Quando nell’ufficio del capo segreteria del Governo, professor Marzari, intorno all’11 maggio si ritrovano Comelli, Toros e Bressani, chiamati ad esaminare la prima bozza del decreto legge. “Ad un certo punto - cito ancora l’amico senatore - si affacciò alla porta dell’ufficio Aldo Moro che, rivolgendosi a Comelli, senza preamboli, gli domandò se la Regione se la sentiva di assumersi l’incarico della ricostruzione”.

Perché quella domanda se la decisione era già stata presa a Gemona? Semplice. La politica ha le sue regole, i suoi rituali ed equilibri. E Moro, presidente del Consiglio, non poteva non rispettarli. Affacciandosi a quella porta ristabiliva le gerarchie, i ruoli, ma la dimostrazione che la decisione era già stata presa sta nel fatto che in quel momento, sul tavolo di Marzari, si stava già esaminando la bozza del disegno di legge messo a punto dal Consiglio dei ministri per delegare il Friuli alla ricostruzione.

Optare per un decreto legge ad effetto immediato, anziché per un disegno di legge, significava che Moro era certo della disponibilità di Comelli. E lo era perché lo stesso presidente della Regione gliel’aveva volontariamente palesata durante la visita del leader Dc a Gemona. In giunta, dell’ipotesi di una gestione diretta, avevamo parlato tra le righe.

Valutando che se presa in carico dalla Regione, la ricostruzione sarebbe stata più vicina alla gente e si sarebbe realizzata più in fretta di quanto accaduto altrove in Italia. Ci siamo dovuti inventare tutto. A partire dalla segreteria generale, mirabilmente diretta dall’ingegner Emanuele Chiavola, alla commissione speciale che ebbi il piacere di presiedere, eletto all’unanimità dal consiglio regionale.

La scelta di farla partecipare da tutto l’arcobaleno politico, ribattezzato arco sismico, consentì di evitare momenti di scontro o di gratuita opposizione. Passando al setaccio della memoria i tanti volti che lavorarono assieme in quel periodo riconosco ancora a Carpenedo di averci visto giusto.

A differenza sua non ritengo si sia ecceduto in gratitudine, credo però che qualche peccato d’omissione sì, quello ci sia stato. Ci servano dunque le cerimonie dedicate ai 40 anni trascorsi dal disastro a recuperare le mancanze riconoscendo i tanti contributi - dalla Regione al Parlamento, dalle forze armate alle associazioni e ai privati cittadini - che come in un puzzle si sono incastrati in modo perfetto restituendoci l’immagine del Friuli di oggi.

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