Il terremoto si portò via i figli: «Li sentii parlare, la casa cadde e calò per sempre il silenzio»

Gianni e Tarcisio avevano 10 e 8 anni, il terremoto li portò via mentre sognavano chissà quali cose. Questa è un’altra storia triste legata alla notte del 6 maggio 1976. È un’altra storia che racconta il coraggio delle mamme terremotate e la forza dei friulani costretti a ricostruire anche le famiglie spezzate.
Gianni e Tarcisio erano due bambini e con l’incoscienza che gli era propria commentarono la prima scossa. La mamma, Aurora Zuliani, e il papà Mario Barazzutti, non seppero mai cosa dissero i figli quando il letto ondeggiò. Nella stanza accanto sentirono solo l’eco delle loro voci, quella fu l’ultima volta che udirono quel suono.
Spezzando le due giovani vite di Gianni e Tarcisio, il terremoto cancellò per sempre quel suono. Ma non dalla memoria dei genitori che oggi come allora piangono i due figli strappati nella notte più tragica per il Friuli. Hanno reagito al dramma facendo leva sulla forza della vita, mettendo al mondo altri due figli che chiamarono con gli stessi nomi, Gianni e Tarcisia.
Alle 21 del 6 maggio 1976, a casa Barazzutti, in via Vecchia al ponte, erano tutti a dormire. Era stata una giornata pesante, Mario l’aveva trascorsa in ospedale al capezzale dell’anziano padre. Morì il giorno dopo. Ma di fronte al disastro, quel lutto forse passò in secondo piano.
Alle 21, Aurora avvertì la prima scossa. «Il terremoto» disse al marito e, contemporaneamente, udì i figli sussurrare qualcosa. Non ebbe il tempo di alzarsi, fu sopraffatta dalla seconda scossa. Furono 56 secondi di violenza e distruzione. «Sentii Gianni e Tarcisio parlare - racconta Aurora - poi cadde metà casa, la metà dove si trovava la camera dei piccoli». Aurora non ce la fa a trattenere le lacrime, piange e indica le fotografie sulla credenza. Gianni e Tarcisio indossavano i grembiulini neri, erano a scuola assieme ai compagni.
Ma torniamo a quella notte. Aurora e Mario si salvarono per miracolo. «Scendemmo dal piano superiore, mancava poco al crollo». Due giorni dopo, anche quella metà di casa si sbriciolò. Si resero subito conto della tragedia. «Era buio, il cielo rosso e un gran polverone si sollevava dalle macerie. Non sentivo più i bambini - continua Aurora -, non vedevo nulla».
Era sotto choc. Quel silenzio non lasciava presagire nulla di buono. Provarono a rimuovere le macerie a mani nude, ma era davvero un’impresa impossibile. Muovere quei sassi significava provocare altri crolli. Si fermarono e attesero. I soccorritori arrivarono il giorno dopo e con la luce recuperarono i corpi dei due bambini. Il boato del terremoto aveva soffocato le loro voci.
Fu straziante per i genitori veder caricare le due bare sul camion militare diretto in cimitero. Gianni e Tarcisio riposano nei loculi messi a disposizione dal Comune per le vittime del terremoto. Ed è proprio lì che mamma Aurora andava, sperando di incontrarli nell’estate del 1976.
«Andavo di notte a cercarli in cimitero» racconta con le lacrime che le segnano il volto. Mario tace, «si resta senza parole» afferma qualche minuto dopo, sintetizzando così il dramma di quella terribile notte. Alle volte, e questa è una di quelle, il silenzio racconta più delle parole.
E nel silenzio dell’anima, i coniugi Barazzutti sentirono la forza della vita che continuava a pulsare. Pensavano continuamente a Gianni e Tarcisio, li vedevano giocare, li sentivano ridere e gridare. Reagirono senza mai prendersela né con Dio né con gli uomini. Un anno dopo, Aurora era di nuovo incinta. Nel 1977 nacque Gianni e più tardi Tarcisia. Portano i nomi dei fratelli scomparsi mentre la terra tremò. «Ero felice - ammette Aurora -, anche se non ho mai dimenticato i miei due bambini perse la notte del terremoto».
Oggi Aurora ha 70 anni e tre nipoti. Ha cambiato casa, abita con Mario in via Nuova al ponte. Apparentemente vive una nuova vita, ma nel profondo lei sa che quella ferita è sempre aperta. «Non ho mai provato rabbia - spiega - per fortuna sia io che mio marito eravamo giovani e abbiamo avuto la possibilità di mettere al mondo altri figli. Da quella terribile notte continuavo a ripetere che volevo altri figli. Ero pronta ad adottarli».
È una mamma coraggio che scelse di non piangersi addosso. «Altre coppie persero i figli, l’età anagrafica non gli consentì di metterne al mondo altri» aggiunge sentendosi quasi fortunata. E mentre osserva le nipotine giocare, il suo pensiero torna lì, a quel dramma mai dimenticato. «Almeno me ne fosse rimasto uno» afferma guardando le fotografie e soffermandosi sugli occhi dei due bambini che continuano a guardarla con ammirazione.
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