A Forgaria i gatti sembravano impazziti: la terra tremò e distrusse tutto

A Forgaria la zona più distrutta era quella centrale, che dalla chiesa si estendeva verso via Vecchia al ponte. La strada era un letto di macerie. Lo sa bene Davide Paolo Iogna Prat, eletto nel 1975 in consiglio comunale. Nel 1980 era tra i componenti di giunta con delega alla Ricostruzione.
Quella sera si salvò quasi per caso, e ha indurlo a uscire di casa qualche minuto prima della scossa fu la madre che invece nulla poté contro la furia del terremoto. «Tutto si giocò nel giro di due minuti» racconta. Era giovedì e il sabato successivo avrei dovuto partecipare a un matrimonio e indossare un abito nuovo. I calzoni però erano un po’ troppo lunghi e mia madre mi disse: «“Vai dalle zie a farteli accorciare”».
Quella sera Davide Paolo non aveva un gran voglia di muoversi di casa, accolse l’invito con un certo fastidio. Salì in auto e in due minuti era dalle zie sarte che stavano ancora cenando.
Appena entrato nella casa dove abitavano arrivò la prima scossa e la luce si spense. «Guardai i gatti. Andavano sotto la cassapanca e un secondo dopo uscivano. Sembravano impazziti». Una manciata di secondi dopo arrivò la seconda scossa. Iogna Prat, che all’epoca aveva 28 anni, uscì.
Le case erano in piedi e si illuse che il peggio fosse passato. In realtà il peggio sarebbe arrivato da lì a poco, quando il giovane consigliere comunale incrociò il suo amico, Andrea Lenot, che gli disse: «”Lascia l’auto qui perché più giù non si passa”. Dalla piazza del municipio a casa mia, in via Vecchia al ponte, era tutto a terra. Camminavo sui tetti delle case crollate».
Di fronte a tanta distruzione, Iogna Prat intuì che poteva essere accaduto l’irreparabile. «Chiamavo mia madre, ma non rispondeva. Da sotto le macerie rispose un vicino». Nell’udire quella voce che arrivava da sotto il cumulo di pietre e travi, Iogna Prat non ebbe il minimo dubbio, iniziò a scavare con le mani fino a quando riuscì a liberargli il viso, consentendo di respirare al suo vicino di casa. «Era stato salvato da una trave che appoggiava su un muro e su un gradino. La terra continuava a tremare, facevo attenzione che non cadesse qualcos’altro».
Era terribile. All’alba arrivarono i primi soccorritori. Iogna Prat notò alcuni militari in lontanza, li chiamò e gli indicò dove scavare. «Mezz’ora più tardi trassero in salvo l’uomo che avevo aiutato a respirare. Gli dissi - continua - che poco più avanti, nella piazzetta, avrebbero potuto trovare altre tre persone, mia madre e due sue amiche».
I militari iniziarono a rimuovere i sassi e subito recuperarono il corpo privo di vita di una signora giunta, la sera del terremoto, a Forgaria da Udine. Era arrivata con il marito e si era fermata nella piazzetta, mentre il marito apriva la casa. Lei incontrò la morte, lui si salvò. Subito dopo i militari trovarono la signora che abitava di fronte.
Qualche minuto più tardi trovarono mia madre, il suo corpo era sotto le macerie della casa di fronte. Mi dissero poi che era uscita dopo la prima scossa». Sono ricordi dolorosi e la voce di Iogna Prat lascia trapelare una vibrazione diversa. Sono ricordi che fanno ancora male e lo si capisce quando alla domanda «cosa pensava in quei momenti?» risponde: «In quei momenti non si pensava a nulla, andavamo avanti a testa bassa». Quel non pensare a nulla lascia immaginare la cappa di dolore che avvolse quella notte.
Lo si apprende dalle cronache di quei giorni quando nel campo sportivo di Cornino venne allestita la tendopoli militare. «I camion vanno su e giù, ma ruspe e gru non si vedono ancora come a Majano» scriveva sulle pagine de “Il Giorno”, Enzo Lucchi. «Nel campo di calcio di Cornino - aggiungeva - spiccano le scritte in gesso “Viva Forgaria” e “Viva Cornino”, ma nessuno le griderà più, quasi tutti i giocatori sono in paese ad aspettare chi li tirerà fuori, alcuni erano in casa della ragazza, ieri sera, altri lavoravano nella centrale del latte».
Anche Forgaria, oltre ai morti, contava i danni. La distruzione era sotto gli occhi di tutti. Ma lo spirito di adattamento della gente era elevato. Medicate le ferite, dopo qualche giorno, i residenti erano tutti al lavoro. Non c’era tempo per piangere, bisogna salvare il salvabile, allestire le tendopoli, e ripartire con una nuova vita.
«Dopo tre mesi - ricorda Iogna Prat - andai a Udine. Restai in città un giorno interno e quando rientrai a Forgaria rimasi senza parole. «“È tutto vero” pensai». Di fronte ai muri spezzati, alle pietre e alle travi che ancora rischiavano di staccarsi dalle casi pericolanti, il consigliere comunale capì quanto enorme era la tragedia.
«Mi caddero le braccia» confessa, avrebbe voluto che tutto quello che aveva vissuto fino ad allora fosse un sogno. «Solo il tempo cura certe ferite, il tempo sana tutto», ammette Iogna Prat prima di aggiungere: «Certe cose si scordano, ma non si dimenticano».
L’estate 1976. Fu un’estate di lavoro. A Forgaria, come nell’intera zona terremotata, i volontari, coordinati dalle amministrazioni comunali, continuavano a dedicare il loro tempo ai terremotati. «Gli scout - racconta Iogna Prat - facevano base in municipio per essere indirizzati poi nelle varie famiglie che, a loro volta, chiedevano aiuto».
Gli scout come gli alpini, i militari, i vigili del fuoco e anche gli studenti, aiutavano la gente a recuperare le poche cose rimaste negli edifici sventrati. Recuperavano tutto anche le piante dai terrazzi lesionati. Erano tutti simboli di una ripresa che nessuno vedeva. Dopo le scosse, la grande paura della gente era quella di non riuscire a tornare più nelle loro case.
«Convocavamo due sedute del consiglio comunale a settimana e diverse riunioni ristrette con i cittadini. Monitoravano la situazione» continua l’ex consigliere comunale soffermandosi sulla volontà dei militari di concentrare le famiglie rimaste senza casa in un unico campo.
Un’ipotesi difficile da far digerire alla gente che non voleva, per alcun motivo, lasciare non solo le case, ma anche le stalle. Quarant’anni fa, in Friuli il numero degli agricoltori era elevato. «Magari a 10 metri di distanza dalle case, la gente - ripete Iogna Prat - voleva le tende e le roulotte».
I cittadini vinsero la loro prima battaglia: nei giorni successivi al 6 maggio in tutte le borgate arrivarono le tende e nella fase successiva pure i prefabbricati. A luglio aprirono i primi cantieri, quattro mesi dopo le casette vennero inaugurate.
Il ruolo dei militari fu determinante nella fase dell’emergenza. Allestirono le cucine da campo, mentre lo scantinato delle scuole fu adibito a magazzino. «In quei giorni arrivava di tutto, pensi che la Prefettura inviava la carne fresca». Dalla Jugoslavia, invece, fu recapitata una botte d’acqua. Altri aiuti arrivarono dalla Caritas di Novara che donò un centro sociale prefabbricato.
Ma anche dall’Austria e dal Canada. Il fabbricato in legno ricevuto da Graz venne adibito prima a ufficio tecnico comunale, poi a chiesa e infine a mensa scolastica. Il villaggio giunto da oltre oceano, invece, venne dotato di scantinato, il Comune investì circa mezzo miliardo di vecchi lire per andare incontro alle esigenze degli abitanti.
Gli anziani.Con i volti stanchi segnati dal peso degli anni, gli anziani erano le persone più sofferenti. «Non rivedrò mai più la mia casa» ripetevano cercando di ricreare gli angoli di sempre dentro le tende. Alcuni furono accolti in una casa di riposo a Motta di Livenza, gestita da un nativo di Forgaria. Le zie anziane dell’ex consigliere comunale facevano parte del gruppo partito alla fine di autunno.
Fu l’inverno più triste, non tutti gli anziani di Forgaria riuscirono ad ambientarsi nella casa che non era la loro. «Quando rientrarono erano visibilmente provate, un giorno sparirono. Non si trovavano da nessuna parte, erano andate a dormire sotto un gelso». Il terremoto aveva disgregato le famiglie.
Da qui la decisione di ricostruire le borgate rispettando l’assetto urbanistico esistente. Dalle località balneari dove i terremotati trovarono rifugio dopo il 15 settembre, la gente continuò a monitorare la situazione.
La ricostruzione. A Forgaria, la ricostruzione si basò sulla riforma fondiaria. «Era impossibile ricostruire le case a schiera, sviluppate su tre o quattro piani, in centro» spiega Iogna Prat citando la riforma proposta dallo studio Cacciaguerra di Udine.
«Le borgate erano molto frazionate, non fu facile trovare un accordo con tutti i proprietari. Venivano a svegliarmi alle 2 di notte per dirmi “non posso cedere il terreno” oppure “non voglio trasferirmi pochi metri più avanti”». E quando con i tecnici incaricati a redigere il piano sfumava la trattativa, i residenti provavano a convincere il sindaco a fare marcia indietro.
«Non guardavamo in faccia nessuno, non potevamo farlo. Cambiare il piano significava mettere a rischio la ricostruzione». A optare per l’intervento privato, archiviando quello pubblico, fu sempre la comunità. Il 95 per cento dei residenti decise di non delegare al Comune la ricostruzione delle loro case.
All’inizio degli anni Ottanta la maggior parte degli abitanti a Forgaria aveva rifatto la casa seguendo 21 Piani particolareggiati approvati dall’amministrazione comunale.
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