A Tolmezzo pazienti e feriti nel piazzale, l’ospedale era stato sgomberato

L’allora sindaco Piutti: nelle stanze, ai piani alti, era un disastro. L’ex primo cittadino De Prato: demolimmo il centro storico, la gente preferì spostarsi

TOLMEZZO. A Tolmezzo la prima emergenza scattò in ospedale. Pur essendo stato costruito seguendo le norme antisismiche, nessuno se la sentiva di lasciare i pazienti in un edificio a sei piani. Il nosocomio venne sgomberato e l’allora sindaco, Igino Piutti, si trovò di fronte a un piazzale pieno di letti e ammalati impauriti.

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Provò a rassicurarli, ma fu inutile perché quando lui stesso salì al quinto piano per convincerli a rientrare, capì che non era proponibile. «Li mi resi conto come era stato avvertito - racconta -. I cassetti dei comodini erano finiti da una parte all’altra della stanza».

Quella notte fu terribile. Da Moggio Udinese arrivavano i primi feriti e dalla Prefettura chiesero a Piutti di verificare se l’elicottero poteva atterrare nel campo sportivo. «Non ricordo quale fu il motivo, forse il buio, ma l’operazione non riuscì. Ricordo solo di essermi precipitato a far accendere le luci all’interno dell’impianto» continua l’ex sindaco descrivendo una situazione complessa anche perché quello di Tolmezzo non era l’unico ospedale sgomberato quella notte.

Da Moggio i feriti arrivarono comunque, furono trasportati tutti con le ambulanze. Il giorno dopo quando i tecnici accertarono che l’ospedale, pur portando i segni del terremoto, aveva resistito alle scosse, anche gli ammalati e il personale sanitario rientrarono.

Analoga la situazione nel centro storico e nelle frazioni del capoluogo carnico dove si riscontravano molti danni senza morti e feriti. Accertato tutto ciò, il sindaco pensò che l’amministrazione doveva aiutare i comuni vicini dove le situazioni erano più critiche.

«Telefonai in prefettura e chiesi se potevamo fare qualcosa, mi invitarono a mettere a disposizione di Trasaghis i mezzi meccanici». Piutti si rese effettivamente conto della dimensione della tragedia la sera del 7 maggio. «Caricai in auto alcune casse di pane e mi fermai a Trasaghis, in piazza vidi le bare schierate a terra. Non le dimenticherò mai più».

Pur non avendo vittime, Piutti si trovò comunque a gestire l’emergenza fatta di tendopoli e di prefabbricati dove furono accolte circa 3 mila persone. A Tolmezzo come in molti altri comuni della Carnia, a evitare i crolli furono gli interventi di consolidamento delle case realizzati dopo il terremoto del 1928 che in quelle zone aveva provocato cinque morti.

Ma nonostante ciò iniziò la stagione delle ristrutturazioni degli edifici seguendo le norme previste dalla legge 17 che non teneva conto della sismicità dei luoghi. Fu un lavoro sprecato perché a settembre il nuovo sisma dimostrò che in quel modo non si poteva lavorare. «Cambiò l’ottica della ricostruzione» conferma Piutti descrivendo quel momento, anche dal punto di vista politico, come una fase in cui la collaborazione veniva prima dello scontro.

«Politicamente avevamo una maggioranza risicata, 16 a 14, prevaleva però una sorta di solidarietà trasversale che invogliava le opposizioni a collaborare per risolvere i problemi. Agivamo pensando allo sviluppo. Il terremoto si trasformò in un’opportunità e questo avvenne in tutto il resto del Friuli».

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Analoga la situazione a Villa Santina. Anche qui molte case furono demolite nei mesi successivi quando oramai l’emergenza era passata. Nel 1976 il Comune era in mano a Sergio Giatti, lo storico sindaco democristiano di Villa Santina che oggi non c’è più. Il suo nome viene associato al terremoto perché come ricorda il suo successore, Alessandro De Prato, fu proprio lui il punto di riferimento nella gestione dell’emergenza.

La sera del 6 maggio, De Prato, giovane studente universitario, era a Venezia. Avvertì la scossa e pensò al peggio quando le primissime notizie riferivano «di un terremoto in Carnia, con epicentro a Tolmezzo e 11 morti a Buja».

Tirò un sospiro di sollievo quando una compagna di università gli assicurò che in Carnia non si registravano morti. «Presi il primo treno per Udine dove i convogli venivano sostituiti dai pullman». De Prato iniziò a vedere i primi segni del disastro lungo la Tresemane e quando a Tricesimo sentì dire dai passeggeri «non c’è più la torre» temette il peggio.

Vide il ristorante Morena accartocciato e il pullman fare lo slalom per evitare il grosso masso caduto a Portis. A Stazione Carnia, in quel che restava della stazione, cambiò pullman e proseguì verso Villa Santina dove le strade erano piene di calcinacci, ma con gli edifici tutti al loro posto.

«Il giorno dopo - ricorda De Prato - l’amministrazione mi coinvolse in una riunione in canonica e da lì iniziò la conta dei danni». Arrivarono i tecnici da Pisa e i primi sopralluoghi. Il 65 per cento delle abitazioni era inagibile. I primi interventi furono garantiti dagli alpini dell’Ana che a Villa Santina allestirono uno dei campi di lavoro. Realizzarono, per conto degli americani, anche il centro anziani.

Il problema restava il centro. «Prima del terremoto abitavano 400 persone su altrettanti metri di strada, era un borgo densamente popolato in vecchie case. Il centro veniva identificato come borgo della muffa. Era al limite della decenza» continua De Prato che negli anni Novanta si trovò lui stesso a gestire la ricostruzione. Il centro storico di Villa Santina venne demolito e diverse famiglie si spostarono.

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