Niente fondi per il documentario su Giulio Regeni: il caso approda in Parlamento
Dopo le proteste del produttore Procacci, interrogazioni alla Camera di Pd, Avs e Più Europa. Il film è già stato premiato con il Nastro d’Argento per la legalità

Niente contributi pubblici per il documentario che racconta la tragica fine di Giulio Regeni. Nemmeno un euro dei 14 milioni distribuiti dai quindici esperti della commissione del Ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche ritenute «di particolare qualità artistica» o riguardanti «personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana».
La drammatica vicenda del giovane ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016, evidentemente, non è stata giudicata tale. E, questo, nonostante l’opera sia stata premiata con il Nastro d’Argento per la legalità. Il mancato finanziamento è diventato anche un caso politico con le interrogazioni di Partito democratico, Più Europa e Avs che chiedono risposte al ministro della Cultura Alessandro Giuli. Il diniego ai fondi viene considerato «una scelta politica e non artistica» che va «oltre la fantascienza», una «censura che nega la ricerca di verità».
Anche il produttore di Fandango, Domenico Procacci non ha dubbi che si tratti di «una scelta politica ed è incredibile che lo sia, perché la storia di Giulio dovrebbe ferire e indignare non soltanto una parte del Paese – ha spiegato a Repubblica – ma tutti quelli che hanno un minimo di umanità: la ricerca di verità e giustizia. Invece fatalmente è diventata una battaglia politica».
Per Procacci invece «dovrebbe interessare tutti gli italiani, non certo soltanto una parte. Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro».
In questo caso però «il documentario è stato fatto, è uscito nelle sale, ha già vinto il Nastro della legalità. Bocciare un progetto del genere non puoi vederla come una scelta artistica. È una scelta soltanto politica».
Il documentario di Simone Manetti, prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Fandango, è uscito nelle sale a 10 anni esatti della scomparsa di Giulio. Il titolo, “Tutto il male del mondo” è quello che sua madre aveva raccontato di aver visto sul volto del figlio, all’obitorio del Cairo, quando dovette riconoscerne il corpo. A testimonianza della qualità dell’opera più di 70 università italiane hanno già aderito all’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo per organizzare delle proiezioni negli atenei.
E il 5 maggio la pellicola sarà fatta vedere anche al Parlamento europeo. «Eppure - incalza il segretario di Più Europa, Riccardo Magi - nell’Italia di Giorgia Meloni e Alessandro Giuli, gli viene negato il finanziamento pubblico perché di scarso interesse culturale. Non serve nemmeno fare paragoni con altre opere finanziate. A questo punto, i casi sono due - prosegue Magi - o la commissione del ministero è incompetente oppure c’è stato un mandato politico».
Chiede «risposte immediate» la capogruppo democratica alla Camera, Chiara Braga, annunciando l’interrogazione che porta la prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura. Critica anche la senatrice Tatjana Rojc: «È un’offesa alla nostra comunità regionale, al dolore della famiglia e alla giustizia che di anno in anno non ci stanchiamo di chiedere. A dieci anni dalla morte di Giulio, il mancato sostegno pubblico al docufilm riaccende la solidarietà e l'impegno per la verità». La terza interrogazione è di Angelo Bonelli, deputato Avs, che parla senza mezzi termini di bavaglio. —
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