Dieci anni senza Giulio Regeni: il documentario che racconta “tutto il male del mondo”
Esce il film di Simone Manetti che ricostruisce il sequestro e l’uccisione del ricercatore friulano attraverso il processo, le testimonianze dei genitori e le immagini del Cairo

Accettare un’ingiustizia è tra le imprese più dure e logoranti dell’essere umano. Accettare la morte di un figlio – rapito, torturato e ucciso senza un perché – rasenta il disumano. Sono passati dieci anni da quando Giulio Regeni, il 25 gennaio 2016, scomparve al Cairo per poi essere ritrovato cadavere il 3 febbraio successivo ai lati di una strada della periferia della capitale egiziana.
Proprio nel decennale della morte esce il documentario “Giulio Regeni: tutto il male del mondo” di Simone Manetti. Attraverso le udienze del processo sul suo assassinio, le interviste esclusive ai genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni e alla loro avvocata Alessandra Ballerini, immagini di repertorio sul contesto sociale egiziano e riprese che ricostruiscono la vita di Giulio al Cairo, il lungometraggio ripercorre le tappe di una tragedia che resta una ferita aperta per il Paese.
Dove vederlo
La proiezione nei cinema italiani è prevista il 2, 3 e 4 febbraio. L’anteprima nazionale si terrà però domenica alle 17 a Fiumicello Villa Vicentina, paese d’origine del ricercatore che aveva studiato anche al liceo Petrarca di Trieste, durante l’evento “Parole, immagini e musica per Giulio”.
All’appuntamento saranno presenti, oltre a Paola e Claudio Regeni e a Ballerini, il regista Simone Manetti, gli autori Emanuele Cava e Matteo Billi, Mario Mazzarotto di Ganesh e Domenico Procacci di Fandango, che hanno prodotto il documentario insieme ad Agnese Ricchi e Laura Paolucci.
Lunedì 26 gennaio alle 20.30, invece, all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano è in programma una presentazione con proiezione e collegamento in live streaming in più sale italiane, che permetterà al pubblico di ascoltare gli interventi della famiglia Regeni e di Ballerini, con Cava, Billi e Manetti moderati da Fabio Fazio.
La testimonianza
Con la forza testimoniale di una rigorosa inchiesta e l’afflato emotivo del racconto personale, il documentario accompagna lo spettatore nella distanza incolmabile tra il pensiero democratico occidentale e il regime egiziano di al-Sisi, definito «paranoico», dove la vita non ha valore e i diritti umani vengono sistematicamente negati.
In quel contesto, uno studioso dell’Università di Cambridge impegnato in una ricerca sui sindacati degli ambulanti può essere scambiato per un cospiratore. Sarebbe stata una segnalazione di una fonte locale ai servizi segreti a innescare la catena di eventi che ha portato al sequestro, alle torture e all’uccisione di Giulio. Un primo tradimento che ha dato origine a un muro di gomma istituzionale, fatto di depistaggi e insabbiamenti.
Dopo 27 udienze, il 21 ottobre scorso, il processo in corso a Roma è stato sospeso in seguito a un’eccezione sollevata dalle difese dei quattro imputati, ufficiali della National Security Agency egiziana.
«Questo film è un atto di cittadinanza attiva – spiega Manetti – per alimentare la memoria di Regeni, perché senza memoria non ci possono essere verità e giustizia, come da anni chiede il “popolo giallo” con le sue manifestazioni che hanno sensibilizzato anche la comunità internazionale. Speriamo che la conclusione del processo, prevista entro l’anno, rappresenti un punto di svolta».
Le voci e i volti
Nel film si ascoltano le voci di chi è passato dal tribunale: Matteo Renzi, presidente del Consiglio all’epoca dell’assassinio, gli allora ministri Roberto Gentiloni e Federica Guidi, Maurizio Massari, ex ambasciatore italiano al Cairo, e i testimoni egiziani che hanno permesso di risalire ai nomi degli accusati.
Al centro restano però Paola e Claudio Regeni, che con fermezza e dignità fuori dall’ordinario «tenendo sempre la testa alta ma senza mai alzare la voce, si sono messi contro un sistema più grande di loro», ricorda Manetti. Il padre denuncia le promesse non mantenute dalla politica italiana ed europea; la madre rievoca «tutto il male del mondo» riflesso nel corpo torturato del figlio, la cui immagine è stata ulteriormente violentata da una campagna mediatica di delegittimazione da parte di alcuni media egiziani.
Al Cairo
Il documentario si apre e si chiude con immagini del Cairo girate nell’ultimo mese di vita di Giulio, mentre era già sotto osservazione dei servizi segreti. Una metropoli ostile, raccontata attraverso riprese sporche, frammentate, da telecamere di sorveglianza, telefoni cellulari e camera a mano, che restituiscono una tensione costante e soffocante.
«Abbiamo voluto immergere lo spettatore nella Cairo che ha vissuto Giulio – conclude Manetti – per restituire l’immediatezza degli eventi mentre accadono, ma anche per produrre una reazione fisica, epidermica. Il cinema non serve solo a conoscere, ma a entrare nell’anima dei fatti».
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