Il giudice sopravvissuto al terremoto del ‘76: «Penso al 6 maggio ogni giorno, lo studio ha aiutato a salvarmi»

Cinquant’anni fa aveva quasi 11 anni: uscì di casa alla prima scossa e venne travolto dopo la seconda: «Il rumore, il buio improvviso, la terra che si muove: ricordi indelebili». Restò in ospedale 14 mesi

Alessandro Cesare
Il giudice Faleschini Barnaba sopravvissuto al terremoto del Friuli nel 1976: aveva 11 anni
Il giudice Faleschini Barnaba sopravvissuto al terremoto del Friuli nel 1976: aveva 11 anni

Nella sua mente il lasso di tempo che ci separa dal 6 maggio 1976 è come se non fosse trascorso. «Ricordo tutto di quell’istante: il rumore, il buio improvviso dei lampioni, le cose che cominciano a cadere e la terra in movimento». Daniele Faleschini Barnaba, giudice del tribunale di Udine, le conseguenze del sisma di cinquant’anni fa le porta su di sè in maniera indelebile. È uno dei sopravvissuti dal risveglio dell’Orcolat: quest’ultimo non si è preso la sua vita ma l’ha lasciato con una paralisi permanente alla gamba destra.

Cosa ricorda di quella sera?

«Tutto. Non avevo ancora compiuto 11 anni. Ero nel salottino di casa con mio nonno, a Santo Stefano di Buja, stavamo guardando la televisione. Di lì a poco sarei andato a letto, visto che il giorno successivo era in programma una gita a Timau e a passo di Monte Croce Carnico con la scuola. Ci fu una prima scossa e uscimmo di casa. Fu un errore. Quando arrivò la scossa delle 21 mi ritrovai troppo vicino al muro esterno dell’abitazione e mi bloccai: venni travolto da parti di tegole e di un cornicione, e colpito a un fianco».

Pensa spesso a quello che è successo?

«Ogni giorno, soprattutto la sera. Non tanto al momento del crollo o alla scena della scossa, quanto a quello che è successo dopo. Ai 14 mesi trascorsi in ospedale, tra Udine e Brescia, con vari interventi e cure».

Al suo ritorno in Friuli cosa fece?

«Era il giugno 1977. Chiesi a mia mamma di visitare i paesi colpiti dal sisma, perché non avevo visto nulla con i miei occhi: Buja, Venzone, Gemona, Osoppo. Fu veramente un shock per me».

Tornò anche alla sua vecchia casa?

«Sì, c’erano macerie ovunque. Alcune pareti erano ancora in piedi, altre erano state demolite, il giardino aveva l’erba incolta e le piante non erano più curate. Fu deprimente. Persi molte delle mie cose, soprattutto giocattoli. Buona parte della mia esistenza fino a quel momento non esisteva più. Fu un trauma anche sotto questo profilo».

Dove ha trovato la forza di andare avanti?

«Ho sempre cercato di concentrarmi solo sul breve periodo, giorno per giorno. Il terremoto mi ha insegnato che tutto può cambiare in un attimo. Fare programmi troppo a lungo termine, ancora oggi, mi spaventa. Preferisco pensare al presente».

Il ritorno a scuola com’è stato?

«Ricordo la vicinanza di mia madre e di mia nonna, entrambe insegnanti, che mi spronarono a riprendere a studiare e a salvare l’anno. Fu un bene per me. Tante persone si dimostrarono vicine anche durante la degenza a Brescia, città che conservo nel cuore. A scuola sapevano chi ero e cosa mi era successo, quindi mi sono sempre sentito accolto dai compagni. Essere un “sopravvissuto” ha avuto anche i suoi risvolti positivi, mi ha dato modo di inserirmi in classe. E se incontravo qualcuno che non conosceva la mia storia, mi sono sempre sentito in dovere di raccontare cosa mi era capitato. Non so spiegare il perché, ma è stato così fin dall’inizio. Sullo sfondo, però, la situazione è sempre stato motivo di sofferenza per me».

Si spieghi meglio...

«Mi vedevo diverso dagli altri, e da ragazzo non è una cosa facile da accettare e da razionalizzare. Sono andato avanti comunque, superando gran parte della sofferenza, anche se un rumore di fondo permane sempre».

Le è capitato di sentire altre scosse di terremoto?

«Quelle del settembre 1976 le ho avvertite chiaramente, ero a letto dopo un’operazione, nell’ospedale di Brescia. Poi ne ho sentite altre dopo il mio rientro in Friuli. Ciò che mi colpisce sempre è il rumore della scossa. La sensazione non è mai piacevole, mi dà l’idea di non avere scampo. Il terremoto è dappertutto».

Quando era a Brescia riusciva a seguire le vicende del suo Friuli?

«Ho cercato di tenermi informato, seguendo la cronaca dalle pagine del Messaggero Veneto. Sono sempre stato un assiduo lettore. Lo facevano arrivare a Brescia. Una città che ha un legame particolare proprio con il mio paese di origine. Fu il Giornale di Brescia a costruire il “Villaggio Buja”. E pensare che sono finito in quella città per caso, per la presenza del luminare della microchirurgia, Giorgio Brunelli».

Come trascorrerà il 50esimo del terremoto?

«Sono stato invitato il 9 maggio nel Comune di Buja dal sindaco Silvia Pezzetta. Ci saranno una cerimonia ufficiale e la proiezione di un documentario. Sarà certamente un momento di grande emozione, per la mia vicenda personale ma anche per il ricordo di tutte le vittime del terremoto».

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