Fondi al Premio Luchetta, il Consiglio di Stato respinge il ricorso della Regione: richiesta da rivedere
I giudici: gli indicatori con cui il contributo è stato negato non sono accompagnati da criteri sufficientemente precisi. La Fondazione valuta i fondi in 420.000 euro per tre anni

La continuità di un premio giornalistico internazionale giunto alla 23ª edizione e la capacità e l’affidabilità di chi lo promuove non possono essere liquidate con un giudizio appena «discreto» senza spiegare su quali elementi si fondi la valutazione. È il principio che porta il Consiglio di Stato a respingere l’appello della Regione Friuli Venezia Giulia e a confermare l’illegittimità dell’esclusione della Fondazione Luchetta dai contributi regionali per il triennio 2026-28.
La controversia nasceva dalla domanda della realtà triestina per il finanziamento pubblico triennale, dichiarata inammissibile dopo che il progetto aveva ottenuto 58 punti su 120, due in meno della soglia minima prevista. A pesare era stato soprattutto il voto di 8 su 30 attribuito all’indicatore relativo a «capacità organizzativa, continuità e affidabilità gestionale del soggetto richiedente», giudicato appunto di livello non più che «discreto». La Fondazione aveva impugnato la valutazione davanti al Tar del Friuli Venezia Giulia, che aveva ordinato alla Regione di riesaminare la domanda. Dopo la conferma del punteggio da parte della commissione, la Fondazione aveva contestato l’esito con motivi aggiunti e la Regione, a seguito dell’accoglimento del ricorso da parte del Tar, si era quindi rivolta al Consiglio di Stato.
I giudici di Palazzo Spada, si legge nella sentenza, hanno respinto l’appello di piazza Unità, rilevando che i tre aspetti dell’indicatore non erano accompagnati da subcriteri sufficientemente precisi né da una ponderazione preventiva. In queste condizioni, il voto numerico non permette di ricostruire il ragionamento seguito dalla commissione e di capire perché una proposta sia stata valutata meno favorevolmente di altre. C’è poi il tema della riconosciuta dimensione, anche internazionale, del premio. Organizzare per oltre vent’anni un’iniziativa di questa complessità rappresenta, per il Consiglio di Stato, una prova non soltanto di continuità, ma anche di capacità organizzativa e affidabilità gestionale.
La Regione è stata condannata a rifondere 3.000 euro per il giudizio d’appello, oltre agli accessori di legge, in aggiunta alle spese del primo grado già liquidate in 2.500 euro. L’amministrazione, chiariscono i giudici, dovrà ora procedere a una nuova valutazione, rideterminando il punteggio «nel rispetto dei principi e/o delle indicazioni ritraibili dalla presente decisione», così da chiudere la partita sui contributi, che la Fondazione quantifica in circa 140.000 euro all’anno per tre anni. L’importo preciso, fa sapere il vicepresidente e assessore regionale alla Cultura Mario Anzil, sarà «il risultato matematico» del punteggio che verrà assegnato. Quanto alle risorse, senza entrare nel merito dei tempi dell’erogazione, Anzil fa sapere che «erano già state prudenzialmente accantonate, sicché non si profila alcun problema di fondi all’interno del capitolo».
Daniela Schifani-Corfini Luchetta esprime da parte sua «grande soddisfazione per il riconoscimento di tutto quanto costruito in questi anni e che, invece, la Regione, entrando a gamba tesa, aveva sminuito. Il premio, così affermano i giudici, ha un valore, un seguito, una consolidata presenza nel panorama culturale della città. Nel corso delle edizioni, abbiamo fatto emergere lavori veramente degni di nota, che riguardano l’infanzia negata nei suoi aspetti più diversi: la guerra, il disagio sociale, i maltrattamenti, le carceri. Argomenti - aggiunge la presidente della Fondazione- che è giusto portare alla luce, soprattutto in un momento come questo, in cui mancano proprio attenzione e umanità».
Le reazioni della politica? Il presidente Massimiliano Fedriga rinvia le valutazioni a dopo l’approfondimento della sentenza. Ma, sin d’ora, non nasconde perplessità: «Non mi sono mai permesso di intromettermi nell’attribuzione di uno, due, otto o dieci punti da parte di una commissione autonoma. Altri evidentemente ritengono di poterlo fare. È strano perché è la Regione a concedere i contributi, ma non posso che prenderne atto», dice il governatore.
Mentre resta sullo sfondo – la sentenza non ne fa cenno – lo scontro politico di un anno fa, quando lo stesso Fedriga contestò pubblicamente la menzione speciale assegnata dall’organizzazione a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, arrivano gli interventi del Partito democratico. La segretaria regionale Caterina Conti invita la giunta di centrodestra a tornare «sui binari dell’equità e dei criteri oggettivi di valutazione cui devono attenersi le istituzioni». Secondo Conti, «è nitidamente emersa l’arbitrarietà dell’esclusione» da una graduatoria che «non doveva essere influenzata da preclusioni politiche. Sono stati sprecati soldi pubblici per difendere posizioni risultate incompatibili con l’ormai lunga storia, il prestigio riconosciuto e l’attestata autorevolezza del premio», aggiunge la segretaria regionale dei dem.
Il consigliere regionale del Pd Francesco Russo parla di uno stop all’«ideologia politica che ha portato a penalizzare una realtà di assoluto valore per Trieste». La Regione, sostiene, «avrebbe dovuto interrogarsi sulle ragioni dell’esclusione» anziché insistere nella battaglia legale. «Ora prenda atto della decisione e trovi rapidamente una soluzione», prosegue ricordando che «la cultura e l’informazione di qualità non possono diventare terreno di scontro ideologico», conclude Russo. Per la segretaria provinciale di Trieste dei dem Maria Luisa Paglia, la sentenza «fa chiarezza: la cultura è un patrimonio della comunità, non una concessione di chi governa».
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