Andrea Cancian: «Vorrei una città da girare a piedi»

Pordenone verso il voto. Parla il candidato sindaco della lista "Insieme per Pordenone". La riqualificazione urbana «libererà risorse per il Comune»

PORDENONE. Nel 2002, l’anno dopo il crollo delle Torri gemelle, quando «ancora era molto forte l’impatto di quell’avvenimento», pur avvertendo il segno dell’inferno, si è sentito quasi in paradiso.

Perché a vent’anni il mondo lo vedi tutto a colori e «perché per un ragazzo che studia architettura, vedere quel tempio della modernità e sorprendersi a non percepire l’incombenza dei grattacieli, che svettano sulla tua testa ma sono compensati da strade e marciapiedi talmente larghi da proiettare lo spazio in larghezza e non in altezza», è stata un’esperienza unica.

«Una prospettiva unica». Andrea Cancian, 35 anni, architetto, è il candidato sindaco di “Insieme per Pordenone”, oltre che attivista di Alternativa libera. La sua candidatura è arrivata all’ultimo e non «per sedie o poltrone» spiega.

Come nasce la sua candidatura?

«In “Alternativa libera”, associazione a cui mi sono avvicinato da un po’ di tempo, a febbraio abbiamo iniziato a chiederci che contributo poter dare alla città in vista delle amministrative. Non avevamo l’idea di fare per forza una lista nostra, tanto che all’inizio è nato un dialogo con alcune forze politiche di sinistra. A un certo punto, però, ci siamo resi conto che il percorso avviato non era quello che ci interessava e quindi abbiamo optato per la nostra lista».

Pordenone, il candidato sindaco Andrea Cancian

Con lei ci sono candidati di Sel e Rifondazione. Anche la lista di Sonia D’Aniello ospita candidati di Sel. Dove stanno le divergenze o, se preferisce, le diversità?

«Direi che la nostra non è una lista nata attorno a una persona, ma semmai è una lista che rappresenta un gruppo che, in un secondo momento, ha condiviso una candidatura. Non a caso non abbiamo capilista, ma abbiamo scelto di alternare una donna e due uomini».

Avete anche molti nuovi cittadini in lista. Una scelta?

«Una delle ragioni per cui abbiamo fatto una nostra lista è anche quello. I nuovi cittadini sono stati corteggiati da tutti i partiti e dalle civiche e questo fa specie perché non ti puoi accorgere della loro esistenza solo quando ci sono le elezioni».

Ha un sogno per Pordenone?

«Vivere in una città dove le persone abbiano la voglia di muoversi a piedi e di incontrarsi. Quando sono in centro e dico che torno a casa a piedi (ndr vive a Torre), mi guardano come un matto. Dobbiamo riprenderci i tempi. Una città più vissuta, in cui conta anche il tragitto oltre che la meta, è anche una città più sicura».

Lei è un architetto e questa è una città che deve fare i conti con immobili vetusti, capannoni abbandonati e la sfida della rigenerazione. Qual è la sua idea?

«La sfida è partire dal patrimonio pubblico (pensiamo agli edifici del Comune, alle scuole ecc.) e lavorare per una rigenerazione energetica degli edifici. Già questo abbatterebbe molto i costi di gestione, liberando risorse da impiegare in altri settori. Poi c’è una questione sociale del patrimonio immobiliare».

Come pensa di far fronte al bisogno abitativo?

«Credo che Ater dovrebbe poter accedere anche al patrimonio che finisce nel mercato delle aste giudiziarie. Ormai si trovano perfino alberghi, non solo case. E lo dico con cognizione di causa».

Qual è il suo luogo del cuore in città?

Via Riviera, una delle meglio riuscite.

La chiuderebbe al traffico?

«A condizioni attuali mi sembra difficile. Anche i progetti che ho visto sulla chiusura del Marcolin non mi sembrano attuabili. Credo si possa ragionare su chiusure periodiche. L’idea di fare una spiaggia nel periodo estivo può essere interessante».

Lei è giovane. Come si esce dalla guerra di religione sulla musica?

«Anche in questo caso serve la compartecipazione di tutti. Chi vive in centro deve fare i conti con il fatto che spesso il problema non è di chi suona, ma degli edifici scadenti dal punto di vista acustico».

Domani diventa sindaco e cosa fa per prima cosa?

«Apro le porte dell’ufficio e inizio a ricevere le persone. Le soluzioni vanno cercate con chi vive la città e ha una percezione concreta dei problemi».

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