Il jihadista arrestato? Un muratore anonimo che incassava il sussidio regionale

Dopo il licenziamento, percepiva contributi per basso reddito. Nelle carte dell’inchiesta spunta anche la figlia dell’imam di Pordenone

PORDENONE. Erano i primi giorni di novembre 2014 quando il presidente del centro culturale islamico di Pordenone, Ahmed Erraji, aveva accolto in Comina due macedoni: Ajhan Veapi e Arslan Osmanoski, indagati per presunto arruolamento con finalità di terrorismo.

Le loro case erano appena state perquisite dai carabinieri del Ros. «Sono bravi ragazzi - aveva detto Erraji –. Verrà a galla la verità: sono stati fuori dall’Italia in pellegrinaggio alla Mecca. Nel nostro centro non ci sono fondamentalisti».

Sono passati sedici mesi. Arslan Osmanoski è stato espulso dall’Italia. Ajhan Veapi fermato in Veneto, sospettato di essere l’uomo che nel Nordest reclutava sul terreno gli aspiranti mujaheddin da inviare in Siria. Poi – è l’accusa – li portava all’imam Husein Bosnic detto Bilal (detenuto in Bosnia per terrorismo) che aveva il compito di radicalizzarli.

In Comina c’è ancora Ahmed Erraji, che ribadisce: «Lo conosco Ajhan, frequenta la preghiera del venerdì e il centro durante la settimana. È una brava persona, calma. Non ha incarichi (gli inquirenti sostengono il contrario, ndr) in associazione, aveva perso il lavoro un paio di anni fa».

Ne aveva trovato un altro da poco, a Noventa. E ieri, il 38enne macedone residente ad Azzano Decimo è stato fermato, sospettato di arruolamento con finalità di terrorismo.

A Pordenone si riparla di terrorismo islamico. L’indagine del Ros ha portato a tre decreti di espulsione. Uno aveva colpito, il 21 maggio 2015, un altro macedone, Arslan Osmanoski, 29 anni, ritenuto dal Viminale “braccio destro” di uno dei principali indagati della filiera di reclutamento jihadista in Italia.

Secondo la relazione portata al tavolo del ministro dell’Interno Angelino Alfano, l’espulsione è avvenuta «al fine di tutelare la sicurezza dello Stato anche alla luce del processo di radicalizzazione intrapreso da Osmanoski».

La vecchia casa colonica dove viveva dal 2002, tra Corva e le Cinque Strade, era stata perquisita il 30 ottobre 2014: allora erano stati sequestrati materiale di stampo jihadista, come sermoni dell’imam Ebu Muhammed, musulmano bosniaco legato ai movimenti salafiti della moschea Sahaba di Vienna e sospettato di collegamenti terroristici in patria, e anche prediche dell’imam Nusret Imamovic, in Siria per sostenere i qaedisti di Al Nusra.

Osmanoski – disoccupato da poco tempo, viveva in via Boscat di Corva da otto anni – avrebbe inoltre tenuto «uno stile di vita isolato e improntato ai dettami salafiti, imposto anche ai familiari».

Ieri il fermo, ancora ad Azzano Decimo, di un altro macedone, Ajhan Veapi, appunto. Nato in Germania, il procuratore aggiunto di Venezia Adelchi D’Ippolito lo ha definito «uno dei reclutatori Isis tra i più attivi». Non era una «cellula dormiente», ha puntualizzato il comandante generale dei Ros, Giuseppe Governale.

Da quando era stato indagato, aveva lasciato più volte l’Italia: almeno quattro per tornare in Germania, dove vive una sorella e parte della sua famiglia d’origine, tre volte in Macedonia. Ed era sempre rientrato, in Friuli.

L’indagine ha consentito di documentare la partenza dall’Italia verso la Siria di tre foreign fighters: si tratta di macedoni e bosniaci, due dei quali sarebbero stati uccisi combattendo tra il 2013 e il 2014.

Il terzo si troverebbe ancora nelle zone di guerra. Ajhan Veapi stava per lasciare l’Italia, ieri: doveva partire per la Serbia, per trasferirsi poi in Germania.

I carabinieri a suo tempo gli sequestrarono un pc e due tablet: «I file sono di preghiere e testi del Corano – si era difeso –. L’unica colpa è stata quella di spedire una mail all’imam Bosnic: volevo salutarlo e poi parlargli di religione. Non mi ha mai risposto».

Il macedone abita da una decina d’anni, con seconda moglie connazionale (la prima era italiana) e un figlio, a Tiezzo, in via IV novembre, in una palazzina bianca a tre piani, sopra l’osteria Al Ponte. «È una notizia che ha stupito tutta la comunità – dice il sindaco Marco Putto – e che non era pensabile. Insospettabile anche questa ipotizzata rete di collegamenti che, secondo gli investigatori, sarebbe stata scoperta».

Lunga e folta barba nera, sino a due anni fa Veapi lavorava come muratore alla Bertolo di Fiume Veneto, poi era stato posto in cassa integrazione e quindi licenziato. In virtù dell’assenza di reddito, aveva percepito il “fondo di solidarietà” erogato dalla Regione a coloro che si trovano in difficoltà e hanno un reddito minimo. Tali erogazioni, da tempo erano monitorate dai carabinieri.

«Nel primo periodo era tranquillo e disponibile - ricordava di lui un ex collega -, poi aveva cominciato ad avanzare richieste di tipo religioso: riteneva di potere stare a casa in occasione delle festività della sua religione. Se vedeva un musulmano bere vino o mangiare maiale, andava su tutte le furie e li rimproverava».

Nell’ambito della stessa indagine è emerso che era partito per la Siria, dove era morto nel dicembre 2013, anche Umar Baig. L’uomo, alias Umar Ibn Azhar, Abdurrahmen Al Pakistani, nato in Pakistan il 27 agosto 1989, risulterebbe avere avuto un legame sentimentale, sino al giugno 2013, con Soumia Erraji, figlia del presidente del centro culturale islamico, Ahmet, 60 anni.

«È vero – conferma l’imam di Pordenone – poi lui prese altre strade e mia figlia ha studiato e si è sposata con un marocchino». Ma che succede, in Comina? «Ospitiamo tanta gente, non possiamo controllare tutti. La moschea è aperta, il terrorismo esiste ed è diffuso in tutto il mondo, noi lo combattiamo, siamo qui per lavorare, per la pace».

E Veapi? «Una brava persona, mai parlato di jihad, con lui, non posso credere a tutto quello che viene detto, confido nella giustizia».

Per gli inquirenti, però, Veapi sarebbe stato il referente in Italia di Husein Bosnic, detto Bilal, nato in Bosnia Erzegovina nel 1972, considerato tra i maggiori esponenti della Aktivna Islamska Omladina - Middle Path (organizzazione che si prefigge l’islamizzazione dei Balcani con l’istituzione di uno stato islamico basato sulla shaaria con attività propagandistica anti-occidentale anche violenta) e intermediario tra l’imam bosniaco – che aveva predicato in Comina il 30 maggio e il primo giugno 2013 – e il bacino di aspiranti combattenti.

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