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11 settembre (Bonus track)
Il 6 maggio 1976 fu solo l’inizio. Tra l’11 e il 15 settembre nuove violente scosse costrinsero decine di migliaia di friulani a lasciare le proprie case e a cercare rifugio sulle coste di Lignano e Grado. Attraverso le testimonianze di Claudio Sandruvi e dello psicanalista Luigi, ripercorriamo quei giorni segnati dallo sradicamento, dalla paura e da un profondo trauma collettivo. Un viaggio nella memoria per scoprire come il “modello Friuli” fu in realtà un grande mosaico, in cui ciascuno si assunse la propria tessera di responsabilità.
La fine, l'inizio
"Il sapere è potere solo quando è a servizio del benessere di tutti." Il viaggio si chiude tra i laureati dell’Università degli Studi di Udine, nata dal basso dopo il terremoto grazie a 125 mila firme per il diritto alla conoscenza. Con Mattia Pertoldi si riflette sulla ricostruzione, tra risultati concreti e il rischio di una retorica che frena il futuro. La rinascita passa anche dallo sport: l’Udinese Calcio inaugura lo stadio e sogna in grande fino all’arrivo di Zico, simbolo di riscatto collettivo. Attraverso la voce di Antonio Simeoli emerge un Friuli capace di ambire al massimo anche tra le macerie. Oggi, con storie come quella di Anna, quella spinta solidale continua: non nel cemento, ma nella volontà condivisa di aiutare e ricostruire. Il Friuli ringrazia e non dimentica
Il ricordo
"Anin in denant. Andiamo avanti." Oggi il Friuli appare ricostruito, ma le tracce dell’Orcolat vivono nella memoria e nei silenzi più che nei muri. A Buja, Laura e Guglielmo incarnano il “Modello Friuli”: tra shock e sopravvivenza, raccontano una comunità che non si arrende, segnata anche dal passaggio di Susanna Agnelli. Il trauma si tramanda tra generazioni, dalle memorie familiari fino alle voci di Ilaria Tuti e Giada Messetti. Tra prefabbricati e racconti di Greta Sclaunich e Angelo Floramo, emerge una comunità segnata ma viva. Il terremoto rivela così l’essenza del Friuli: trasformare il dolore in solidarietà e ridefinire il senso del “noi”. "I figli erano figli di tutti, di fatto. Ecco cos’è stato il terremoto: la tragedia che ha fatto venire a galla l'anima."
Il racconto
“Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei" C’è un luogo dove la storia prende forma concreta: l’archivio del Messaggero Veneto. Nel secondo episodio, con Daniela Larocca, Alessandra Ceschia e Paolo Medeossi, riviviamo la notte del 6 maggio 1976 tra redazioni e comunicazioni d’emergenza. Il contributo di Paolo Mosanghini chiarisce il ruolo del giornale: informare per aiutare a comprendere il disastro. Tra anni di piombo e terremoto, emergono paura e orgoglio, con il timore di ripetere tragedie come quella del Belice. Dalle visite di Aldo Moro e Enrico Berlinguer all’esodo verso Grado e Lignano, la parola scritta diventa strumento per difendere il futuro del Friuli. "Il terremoto ha sconvolto e distrutto i paesi, ma non ha abbattuto i friulani."
L’inizio, la fine
Nel 1976 l’Italia vive tra crisi e tensioni, quando in Friuli un terremoto segna uno spartiacque drammatico. Mario Garlatti, 18 anni, sta registrando musica dei Pink Floyd quando il sisma irrompe, catturato per caso dal suo registratore insieme al grido della madre. Attraverso la sua testimonianza, quella di due studenti friulani a Bologna e le analisi di Roberto Grandinetti, emerge il volto di un Friuli poco conosciuto. Una terra orgogliosa, sospesa tra tradizione e industrializzazione, raccontata tra macerie e memoria. "Finisce qua la vita? No, non è finita qua."






