Scoperte e cure per Parkinson e Alzheimer, Michael J. Fox finanzia il Bo

A Padova è stato scoperto un nuovo meccanismo che regola la perdita di sinapsi nell’Alzheimer. La professoressa Civiero racconta i suoi studi

Silvia Bergamin
Michael J. Fox
Michael J. Fox

 

Ritorno al futuro all’università di Padova, si apre una ulteriore frontiera di speranza nella ricerca contro le malattie neurogenerative: scoperto un nuovo meccanismo che regola la perdita di sinapsi nell’Alzheimer. Il passo in avanti della scienza è stato pubblicato sulla rivista «Molecular Neurodegeneration» da un team dell’ateneo patavino coordinato dalla professoressa Laura Civiero del dipartimento di Biologia.

Una docente con oltre quindici anni di esperienza in questo studio specifico e che ha ottenuto di recente un finanziamento dalla Michael J. Fox Foundation per sviluppare strategie terapeutiche innovative per persone affette da malattia di Parkinson. In sostanza, lo studio dimostra che anche gli astrociti, a lungo considerati semplici cellule di supporto, giocano un ruolo attivo e, quando questo meccanismo si inceppa, dannoso.

Di cosa si occupa il suo laboratorio?

«Facciamo ricerca preclinica per capire quali sono i possibili meccanismi molecolari alla base delle malattie neurodegenerative. Il mio background è sempre stato il Parkinson, ma il filo conduttore tra i miei studi è lo studio degli astrociti, le cellule che circondano il neurone e ne regolano salute e funzionalità».

Proviamo a inquadrare la materia.

«Nel cervello, le connessioni tra neuroni, chiamate sinapsi, vengono continuamente controllate e rimodellate: l’eliminazione delle sinapsi danneggiate o non più funzionali è un processo essenziale. Questa funzione è svolta soprattutto dalla microglia, le cellule immunitarie residenti del cervello. Molto meno si sa, invece, del contributo di altre cellule gliali, come gli astrociti».

Cosa emerge dal vostro studio?

«Quando una sinapsi diventa danneggiata o non più funzionale, deve essere riconosciuta ed eliminata. Il nostro studio mostra che, nella malattia di Alzheimer, gli astrociti possono contribuire a questo processo attraverso il recettore Ackr3. Questo recettore agisce come una sorta di sensore molecolare: riconosce un segnale presente sulle sinapsi alterate e guida gli astrociti verso la loro rimozione. Quando questo meccanismo è eccessivamente attivo, però, può contribuire alla perdita patologica di connessioni neuronali. Ridurre l’attività di Ackr3 nei modelli sperimentali ha permesso di proteggere le sinapsi e di migliorare alcuni aspetti della funzione cognitiva».

Perché guardare agli astrociti e non solo al neurone che degenera?

«Fino ad oggi ci si è fermati al neurone che degenera, senza riuscire a capire fino in fondo perché questo succeda. L’idea è: perché non guardiamo intorno al neurone? Magari cambiando qualcosa nel suo intorno riusciamo a mantenerlo in salute ancora per un po’. La glia emerge così come un possibile bersaglio per future strategie terapeutiche volte a proteggere le connessioni neuronali e rallentare la progressione delle malattie neurodegenerative».

Siamo vicini a un farmaco?

«No, in questo caso no, questa è pura ricerca preclinica. Il bello è che le proteine investigate con il nostro screening sono tutte targettabili, cioè esistono già possibili farmaci per modularle. Ma non si può dire che siamo vicini a una cura. Il prossimo passo è prendere queste molecole disponibili e vedere di nuovo cosa succede nell’animale, per capire se questo recettore è davvero un bersaglio valido».

Che ruolo ha avuto l’ateneo in questo percorso?

«Fondamentale. Per avviare questa linea di ricerca ho avuto anni fa un finanziamento Stars dell’Università di Padova, che mi ha permesso di generare i primi dati preliminari su astrociti e glia, un filone che qui non esisteva ancora. Da lì ho costruito il mio network, arrivando anche a finanziamenti europei. E questo lavoro è stato possibile anche grazie a Veronica Giusti, che ha fatto con me la tesi, il dottorato e il postdoc, e che di recente ha vinto un proprio finanziamento per diventare indipendente».

Fare ricerca in Italia in questo campo è difficile?

«Le possibilità ci sono, i finanziamenti e le call ci sono. Bisogna impegnarsi, non è semplice ottenerli, ma con la voglia di fare e le idee fino a oggi non ho avuto grandi difficoltà. Certo, altrove nel mondo si può fare ricerca con più facilità, ma con la buona volontà anche in Italia si riescono a fare cose belle. E servono i giovani che si appassionano e restano: un’esperienza all’estero è formativa e quasi richiesta oggi, non è un aspetto negativo. Il nostro dipartimento è pieno di persone partite e poi tornate con grandi idee e finanziamenti».

 

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