Donna lesbica morta di tumore: il Tribunale riconosce la maternità per due bambine

La compagna: «Una battaglia per le famiglie omogenitoriali». Le due figlie potranno avere eredità e pensione di reversibilità

Anna Rosso
Il Tribunale di Trieste
Il Tribunale di Trieste

È una sentenza che parla di diritto e che, allo stesso tempo, nasce da un rapporto madre-figlie costruito nella vita quotidiana e interrotto troppo presto. Per la prima volta in Italia, in una vicenda di maternità intenzionale fondata sul consenso alla procreazione medicalmente assistita, un tribunale, quello di Trieste, ha accertato il rapporto di filiazione nei confronti di una madre già deceduta, riconoscendo legalmente un legame che per due bambine esisteva da sempre.

Per la bimba più grande di Federica, morta di tumore nel maggio del 2024, il riconoscimento della sua identità è passato attraverso la punta di un pennarello: ha iniziato a firmare i disegni anche con il cognome di quella mamma che non c’era più, rivendicando con la naturalezza dell’infanzia un’appartenenza non ancora riconosciuta ufficialmente.

Emanuela, compagna di Federica, racconta così quei momenti: «Non le avevo detto nulla. Vederla riconoscersi in quel modo mi ha impressionato e mi ha fatto capire che era giusto procedere, affinché Federica fosse la loro mamma anche per la legge».

Quella che lo scorso 5 dicembre è arriva dal Tribunale di Triese, è una sentenza destinata a fare giurisprudenza. Federica, quando sono nate le bambine, «non aveva potuto procedere al loro riconoscimento – come spiegano gli avvocati che hanno seguito il procedimento giudiziario –, poiché in Italia tale dichiarazione sarebbe stata rifiutata dagli uffici competenti in quanto ritenuta contraria alla normativa vigente».

È stata pertanto intrapresa un’azione giudiziale per assicurare alle bambine il pieno riconoscimento del legame genitoriale con colei che aveva condiviso il progetto di genitorialità con la propria compagna. La pronuncia determinerà per le figlie il pieno accesso alle tutele giuridiche, successorie e previdenziali connesse allo status di figlie, ivi comprese l’acquisizione della qualità di eredi e il diritto a beneficiare delle prestazioni previdenziali e assistenziali previste dall’ordinamento in favore dei figli del genitore deceduto.

Il procedimento è stato seguito pro bono dai legali di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti+, Patrizia Fiore, Manuel Girola, Valentina Pontillo e Giulia Patrassi Leopardi – «quale iniziativa strategica per l’affermazione dei diritti fondamentali delle persone minori nate in famiglie omogenitoriali».

«Tutto è nato – racconta Emanuela – quando la domanda per la pensione di reversibilità non è stata accolta per la parte delle bambine», spiega Emanuela. Senza il riconoscimento, per lo Stato le piccole non erano figlie di Federica, perdendo tutele previdenziali e diritti successori. Ma oltre l’aspetto economico, c’era la necessità di proteggere un’identità. «È un modo per tener viva la sua memoria, per riconoscerle ufficialmente il ruolo che ha sempre avuto».

La sentenza è stata accolta con lacrime di sollievo. «Ho pensato fosse un regalo. Ho capito che non eravamo sole e che quello che avevamo costruito insieme continuava a dare i frutti» aggiunge Emanuela. La sua è stata una scelta di trasparenza consapevole, condivisa con i legali fin dal principio: «È una battaglia per tutti. Non volevo che altri, in un momento di terribile lutto e solitudine, dovessero farsi carico anche di questa lacuna legislativa. Forse ora abbiamo levato un peso a chi si troverà nella nostra situazione».

Secondo Patrizia Fiore, la pronuncia «restituisce dignità giuridica a una storia interrotta da una perdita gravissima», mentre Giulia Patrassi e Valentina Pontillo evidenziano come il Tribunale abbia dato valore alla «volontà procreativa condivisa». L’avvocato Manuel Girola sottolinea infine il rilievo processuale: l’azione di stato è riuscita a colmare un vuoto dove l’adozione non era più praticabile a causa del decesso.

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