Cecchini del weekend a Sarajevo, i pm vogliono convocare il testimone bosniaco

La Procura di Milano, responsabile delle indagini, intende ascoltare un teste ritenuto chiave come Aleksandar Licanin, all'epoca volontario in un'unità corazzata serbo-bosniaca e che ha rivelato alla stampa britannica molti dettagli sui presunti safari umani

Il centro di Sarajevo distrutto dalle bombe
Il centro di Sarajevo distrutto dalle bombe

La Procura di Milano che indaga sul caso dei "cecchini del weekend" a Sarajevo sta valutando le modalità per convocare, come testimone, Aleksandar Licanin, all'epoca volontario in un'unità corazzata serbo-bosniaca e che ha rivelato alla stampa britannica molti dettagli sui presunti "safari umani".

Il pm Alessandro Gobbis, che con il procuratore Marcello Viola coordina l'indagine in cui è indagato per omicidio aggravato un anziano della provincia di Pordenone, dovrebbe, tra non molto, ascoltare il 63enne, per raccogliere la sua deposizione.

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«Voglio che la verità venga, sono pronto ad alzarmi in piedi e a dire ai magistrati italiani quello che so", ha detto l'uomo in un colloquio pubblicato dal Times e ripreso dai media. I 'turisti-killer' "sparavano a donne, bambini e anziani - ha spiegato -. Erano fuori controllo».

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Alloggiati in un complesso vicino al cimitero ebraico, secondo Licanin, gli stranieri avrebbero consegnato dai 500 ai 1.000 marchi tedeschi per ottenere un posto da cecchino in edifici alti. "Indossavano costosi giubbotti di pelle e mi è stato detto che erano italiani, tedeschi e britannici - ha affermato facendo pure nome e cognome di chi era il loro referente -. Li aiutavano a trovare i bersagli, e sparare dal cimitero era un tiro pulito: avevano tutto. Ricordo una donna romena che deve aver ucciso più di dieci persone».

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Dopo quella che Licanin definisce "la caccia", i cecchini per divertimento «festeggiavano l'uccisione di persone mangiando e bevendo. Erano dei veri sadici».

Dopo la guerra Licanin, che tuttora vive in Bosnia, si è sposato e ha trovato lavoro come boscaiolo. "Mia moglie dice che ho ancora incubi, anche se non li ricordo al mattino - ha concluso - Gli stranieri che arrivarono a Sarajevo avevano la mente malata. Scommetto che non hanno incubi".

La Procura milanese, inoltre, dopo l'interrogatorio di lunedì scorso dell'autotrasportatore, che ha negato tutto, dovrebbe interrogare altri sospettati.

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