Se la lingua discrimina minoranze e “diversi” la società diventa gabbia
Uso delle parole e stereotipi secondo la sociolinguista Vera Gheno che apre martedì sera alle 21 a Gradisca “Onde Mediterranee”, con lo speciale talk “Nessun* è normale”

Cinquant’anni fa la rivoluzione basagliana ci ha insegnato che “visto da vicino nessuno è normale”, eppure il concetto di “normalità” viene ancora usato come uno strumento di potere verso le minoranze e i gruppi sociali più deboli.
Il parametro della normalità
E spesso la prevaricazione parte dalla lingua: sono proprio le parole, nell’uso quotidiano e politico, ad attizzare stereotipi e discriminazioni tracciando una linea arbitraria tra chi è considerato “giusto” e chi “sbagliato”. Su questo riflette “Nessun* è normale”, lo speciale talk della sociolinguista Vera Gheno che andrà in scena oggi alle 21 al Nuovo Teatro Comunale di Gradisca d’Isonzo (a ingresso gratuito con prenotazione su Eventbrite) per l’anteprima che inaugura il festival Onde Mediterranee, in programma fino al 2 agosto.
“Nessun* è normale” è tratto dall’ultimo libro di Vera Gheno, edito da Utet, in cui la sociolinguista continua a smontare le insidie della comunicazione proprio sui temi delle questioni di genere, della diversità e dell’inclusione.
«Il parametro della normalità non è fisso: ogni società, in ogni momento della sua storia, decide a tavolino cosa sia normale e cosa no - spiega Gheno -. Basti pensare che, una volta, le donne coi capelli rossi venivano considerate streghe ed era normale bruciarle. Quello di “normalità” è un concetto mobile e proprio per questo può diventare un’arma sociale: decidendo chi ne è dentro e chi fuori, cambia l’atteggiamento della società rispetto alle persone».
Un concetto mobile
In particolare rispetto ai gruppi meno forti come donne, migranti, poveri, persone Lgbtqia+, in mezzo a una grande contraddizione: mentre i social ci spingono ad essere “unici” e “particolari”, la politica dominante preme sempre più in direzione del conformismo.
Ma cosa significa allora essere “normale”? «Dal punto di vista statistico c’è sempre una maggioranza: alle nostre latitudini, per esempio, la maggior parte delle persone che compongono la società è di pelle bianca, ed è eterosessuale. Ma la domanda che pone questo talk è: cosa succede a chi non è così? È solo una minoranza, o subisce delle discriminazioni? Siamo una società normocentrica che, purtroppo, considera i “diversi” anche inferiori».
A confermarlo è spesso la cronaca: impossibile non pensare al doppio omicidio di Camaiore avvenuto nemmeno due settimane fa, un delitto patriarcale in cui un padre decide cosa è “normale” e, in base a questo, uccide il figlio gay e la moglie.
«C’è una questione aperta sull’orientamento sessuo-affettivo: si arriva all’assurdità di preferire un figlio morto a un figlio gay, una cosa mostruosa - commenta Gheno -. Non si può derubricare questo caso come un dissidio famigliare o una follia personale: c’è un problema sistemico. Perché su alcune persone il concetto di “normalità” fa quell’effetto? Quell’uomo si vergognava che il figlio fosse gay, che non corrispondesse ai suoi standard: è colpa di come la nostra società si pone nei confronti dei “diversi”».
La comunicazione è politica
La sociolinguista si occupa da sempre anche di comunicazione di genere, un nodo diventato politico, vista anche la resistenza della destra nel declinare le cariche al femminile: «Non è solo una questione linguistica, ma sociale e politica: se possiamo dire cassiera o maestra, non ci sono motivi per non dire ministra o cavaliera. Il problema si pone solo per mestieri e ruoli apicali nei quali c’era, o c’è ancora, una prevalenza maschile, anche se oggi le donne possono accedere a qualsiasi carica e non esistono limitazioni di legge in base alla biologia. La resistenza della destra è dovuta a un tradizionalismo di fondo che affligge la nostra società in ambito linguistico. È evidentemente una posizione anacronistica e un accanimento politico sciocco, perché sarebbe semplicemente naturale chiamare una donna che lavora col suo nome al femminile».
Il percorso verso una lingua più inclusiva dovrebbe partire dalla scuola, dove però «si fa poca attenzione agli scopi sociali della lingua: così si crescono persone molto renitenti al cambiamento», dice Gheno. «Lasciando stare le questioni dell’asterisco e della schwa, fin troppo tecniche, basterebbe insegnare ai bambini, fin dai primi giochi linguistici all’asilo, che la lingua cambia naturalmente insieme alla realtà perché si adatta alla necessità dei suoi parlanti e fa da interfaccia cognitiva tra noi e l’esperienza della vita. Così, anche il concetto di “normalità” non diventerebbe più una gabbia».
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