Valentino Ostermann, il nostro Verga: narrò la Vita in Friuli a fine Ottocento

Il 3 aprile 1894, a Belluno, Valentino Ostermann posa la penna e consegna a Domenico Del Bianco, tipografo ed editore di Udine, la sua fondamentale opera: “La vita in Friuli “. Si alza dalla scrivania e apre la finestra dello studio. L’aria fresca gli accarezza il volto. Sorride. Ha completato il lavoro della sua vita di ricercatore e di storico, ne è contento. Non poteva, però, immaginare che quel libro, frutto di mille fatiche, lo consegnerà alla storia, e non solo friulana.
Nato nel 1841 a Gemona e scomparso nel 1904 a Treviglio, Ostermann aveva dedicato molta parte della sua vita a raccogliere ogni possibile informazione antropologica per raccontare i friulani. Pochi anni prima la contessa Caterina Percoto pubblica le novelle e i racconti sulla vita dei contadini friulani, sulle tradizioni, e soprattutto concentra l’attenzione sulla miseria economica che vede e che la circonda. “L’anno della fame” è il suo libro più importante, una denuncia spietata della miseria che condanna la vita di molte famiglie friulane.
Contemporaneamente a Napoli la scrittrice Matilde Serao pubblica “Il ventre di Napoli”, opera di una durezza assoluta e di denuncia rispetto al degrado della città. In Sicilia Giovanni Verga dà alla stampe, nel 1880, “La vita nei campi “nel quale affronta questioni fondamentali relative alle condizioni sociali delle classi subalterne. Dal Nord alle Isole sono molti gli autori che indagano, scrutano, raccolgono, domandano, compulsano archivi, intervistano donne e uomini, preti e nobili, ricchi e poveri, borghesi e contadini, con l’intento di “fotografare” l’Italia appena unita.
Un’Italia socialmente divisa in due classi. Quella delle grandi città del Nord dove si inaugura a Milano la Galleria Vittorio Emanuele II e che viene considerata uno dei primi centri commerciali al mondo. E quella delle profonde campagne, dal Friuli alla Sicilia, dove contemporaneamente aumentano fame, povertà, malattie come la pellagra.
Ostermann dispone di occhi per vedere, orecchie per sentire e soprattutto d’animo per comprendere, e quindi indaga, scruta, parla con tutti e da tutti “ruba “migliaia di informazioni, racconti, abitudini di vita, raccolti in quest’opera monumentale.
L’opera che vi proponiamo (sarà in edicola con il Messaggero Veneto il 22 giugno a 12 euro piú il prezzo del quotidiano) è figlia della prima edizione stampata a Udine nel 1894.
Ma ecco un assaggio della prosa di Ostermann. Qui si sofferma su “Clausetto” e sulla figura delle “ossesse”.
«...Nei primi banchi, a sinistra di chi entra per la porta maggiore della chiesa, stavano fitte le donne da esorcizzare, quasi tutte povere; ciascuna aveva dietro di sé un parente o altro individuo di casa dal quale era stata accompagnata. La funzione sacra continuò in perfetta calma, fino a che fu dato il segnale col campanello, che la messa cantata era alla consacrazione. Allora una donna emise un piccolo urlo: le altre tutte la imitarono; quelle povere infelici cominciarono tutte ad agitarsi, a gridare, a bestemmiare, a contorcesi violentemente. Gli scongiuratori, ai quali erano raccomandate quelle misere creature estrassero dalle saccoccie dei piccoli fiaschetti d’acqua, che sostenevano essere stata benedetta la vigilia dell’Epifania. Le singole ossesse dovevano bere di quell’acqua. Alcune vi si arresero tosto; colle altre fu d’uopo usare violenza, quindi non la si risparmiò con alcuna delle restìe; con un mezzo o coll’altro si riescì a far loro aprire la bocca per forza, ricorrendo colle più ostinate perfino all’espediente brutale di spingere loro in bocca a tutta forza la punta di grossi bastoni. Si dispensarono poi loro pugni sacrosanti alla schiena, finché quelle bottiglie furono vuotate. Si immagini il diavolìo, il fracasso di quelle urla, di que’pianti, di quelle resistenze, di quelle lotte, in mezzo alle panche di una Chiesa! E intanto la messa proseguiva coll’organo e coi cori!».
Il racconto di Ostermann è sempre più vivace. «Si attestava che quell’acqua bevuta aveva la virtù di cacciare i demoni; per il fatto, le donne subito dopo bevutala si componevano a maggior tranquillità; altre, dopo un po’di calma, vomitavano, e allora si gridava ai diavoli che fuoruscivano e si numeravano. Taluni spregiudicati del paese mi asserivano che quell’acqua era preparata con calmanti potenti e con emetico. Fuori della chiesa la gente era raggruppata qua e là a cappanelli. In ogni cappanello era a centro un ossesso e il suo esorcista, e la gente si stringeva all’intorno più o meno numerosa, secondoché più o meno attratta dai clamori, dai gesti, dalle stramberie di quelle infelici, o dalla più sonora, più pronta, più vivace parola dell’esorcista. A un ossesso si facevano le solite violenze perché trangugiasse l’acqua benedetta; a un altro si faceva mandar giù, pure a forza, del pane: a un terzo si cacciava in gola una corona colle medaglie consacrate; qualcuno veniva trascinato fino al vicino rugo, e ivi sottoposto agli esorcismi: a tutti gli ossessi poi si gridavano a squarciagola dall’esorcista frasi del rituale. Il sovrano dei rimedi poi e degli argomenti consisteva evidentemente nei pugni, i quali cadevano su quelle povere schiene più fitti della gragnuola. Le pazienti enumeravano da sé quanti demoni avevano in corpo, ed indicavano quanti ne fuoruscivano...». —
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