L’umanità fra le trincee: in un libro la storia dei fratelli Garrone e i testi delle loro missive
L’epopea dei due fratelli nell’epistolario e in un album: combatterono sul Carso, furono aggregati al Battaglione Tolmezzo. L’opera realizzata da Paolo Gaspari e da Roberto Scala

Le lettere dei fratelli Garrone sono uno degli epistolari più significativi e importanti della Grande Guerra. Vercellesi, interventisti, volontari, Giuseppe, giudice di tribunale in Libia – salvatosi miracolosamente dal massacro di Tarhuna del 18 giugno 1915 di 1.400 italiani in ritirata, tra i quali l’unica donna decorata di medaglia d’oro della Grande Guerra, Maria Boni Brighenti – combatté da capitano dell’8° alpini nella Zona Carnia diventando protagonista, dopo Caporetto, di un’epica ritirata al comando della 69a compagnia del “Gemona” che portò in armi fino al Grappa. Eugenio con il battaglione “Exilles” partecipò ai sanguinosi scontri sul Pasubio e, da mitragliere, sul Carso.
Ritrovatisi insieme ai piedi del Monte Grappa, furono aggregati al battaglione “Tolmezzo” e parteciparono alla battaglia d’arresto nel dicembre 1917 al Col della Berretta. Morirono per le ferite e vennero decorati con medaglia d’oro. Questa edizione, patrocinata dall’Ana nazionale, amplia l’edizione del 1974, curata da Alessandro e Virginia Galante Garrone, con diversi memoriali e un poderoso album fotografico quasi tutto inedito, che è di per sé una storia “alpina” curato dal Museo Leone di Vercelli, da Luca Brusotto, Riccardo Rossi, Chiara Maraghini Garrone, con introduzione di Giovanna Galante Garrone e Gian Paolo Romagnani.
Un elemento comune a entrambi i fratelli è l’amore e il rispetto per i propri soldati, sottolineando come questi fossero “costretti” a combattere, non spinti dagli ideali, quindi a maggior ragione andavano lodati e riconosciuti i loro meriti. Soprattutto Eugenio, con la sua sensibilità riuscì a ben descrivere questi sentimenti, come in una lettera al padre: «E allora se hai un po’ di cuore, li devi amare per forza, incoraggiare, rianimare, rasserenare, tu che sai tante cose di più e hai il conforto dell’intelligenza che ti è di tanto aiuto! Che merito dunque ho io se riesco a farmi voler bene? Voglio bene io a loro, papà, cerco di fare per loro tutto quello che posso perché è inumano, non farlo è un delitto! E poi, papà, quale soddisfazione ne provi! Passi in mezzo a loro negli angusti camminamenti: si scostano, ti sorridono, tutti. Ci sono i giovanetti del ’98 con occhi pieni ancora della mamma lontana, e gli anziani del ’79 con gli occhi pieni dei loro figli!».
Nelle lettere non si leggono parole d’odio nei confronti del nemico, anzi in alcuni passi si riconosce la stessa umanità; l’astio invece emerge nei confronti di chi, militare, è lontano dal fronte e può continuare a godersi la vita senza avere idea delle condizioni in prima linea. La lettura è piacevole, si riscopre una naturale attitudine alla scrittura, si apprezza il ricco vocabolario e la capacità di descrivere situazioni diverse, in cui il lettore riesce a immedesimarsi.
Qualità, oggi in tempo di mail, messaggini e “meme”, in via di scomparsa. Se è vero che «si vive tre volte, la prima nella realtà, la seconda nel ricordo, la terza nella storia», questo è un libro prezioso per un nuovo racconto della più grande impresa compiuta dagli italiani, di tutte le classi sociali e di tutte le regioni, nella loro storia; prova ne sia che il senso di appartenenza a una patria comune nacque in quel momento di immane sacrificio di giovani cittadini e che uno di loro, ignoto, è il simbolo del percorso che ha portato all’indipendenza e alla unità d’Italia.
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