Ottavia Piccolo: «Il teatro non dà lezioni ma accende il pensiero e va al di là delle ideologie»

L’attrice in scena a Udine con la pièce dedicata a Matteotti: «Non un esercizio di memoria, bensì una necessità civile»

Gian Paolo Polesini

A una democrazia «in sofferenza» come la nostra, tornare a interrogarsi su ciò che accadde un secolo fa non è un esercizio di memoria, bensì una necessità civile», sostiene Ottavia Piccolo, un’artista cardine della prosa italiana, che si avvia verso la centesima replica di una pièce che osserva la storia insanguinata degli anni Venti del Novecento, agli albori della dittatura: “Matteotti - Anatomia di un fascismo” di Stefano Massini. Lo spettacolo sarà in scena questa sera, alle 20.30, al Giovanni da Udine. Con una matinée dedicata alle scuole.

«Posso dire di essere una “Massini-dipendente” - svela Piccolo -: spesso mi propone dei testi che quasi sempre diventano i miei. Come questo. Non tanto sul delitto Matteotti, quanto su chi fosse Matteotti, sulla sua vita precedente nel contesto del Polesine, allora tra le aree più povere d’Italia».

In quale scenario possiamo inserire il teatro in questi anni di confusione culturale?

«Lo definirei un sano artigianato fondato su scelte etiche, possibilmente distante dagli schieramenti. Dopo oltre sessant’anni di palcoscenico affronto ancora con gioia ogni sfida. Il giudizio critico dovrebbe prescindere dall’ideologia: la grandezza va riconosciuta al di là delle opinioni personali. Il teatro richiede una scelta consapevole: acquistare un biglietto, uscire, far “muovere la testa”. Il teatro non vuole impartire lezioni, ma accendere il pensiero, valorizzando l’impegno intellettuale dello spettatore».

Non si spoilera mai cosa si rivelerà a sipario sollevato, ma ci piacerebbe poter dare uno sguardo velocissimo a questa struttura all’apparenza davvero unica.

«L’impianto è circolare. L’avvio ha una data: il 10 giugno 1924, il giorno del rapimento e dell’omicidio del segretario del Partito Socialista Unitario Giacomo Matteotti, per poi ritornare a quel tragico giorno di giugno dopo un viaggio a ritroso nelle vite di Matteotti stesso, della moglie Velia Titta e di Italo Baldo, che oggi potremmo definire un competitor».

E l’allestimento?

«È una singolare scelta della regista Sandra Mangini: una sorta di coinvolgimento degli orchestrali della Multietnica di Arezzo, che seguono l’andamento lento della vicenda prestandosi a interpretare i vari personaggi di contorno - camicie nere, braccianti, agrari - simulando un coro greco. Vorrei inoltre ricordare che le musiche sono composte da Enrico Fink, figlio del celebre critico e scrittore goriziano Guido Fink».

Ottavia, la preoccupa questo contesto geopolitico?

«Più che preoccupata, sono terrorizzata dalle tensioni globali e dal rischio di una guerra totale, avendo vissuto a lungo nella bolla della pace. Mi inquieta anche la politica dell’odio che serpeggia fra noi, ampliando le distanze».

Inevitabile una domanda su “Il Gattopardo”, il film culto di Visconti al quale lei partecipò da bimba nel ruolo di Caterina, figlia del Principe Salina.

«Fa piacere anche a me ricordare, mi creda. Allora ero una ragazzina di appena tredici anni e non potevo certamente sapere di fare parte di un’opera d’arte immortale: ne presi coscienza solamente più tardi. Fui scelta per somiglianza. Dissero che avevo dei tratti simili a quelli di Burt Lancaster. Oggi descriverei quell’esperienza come un gigantesco circo Barnum animato da cinquecento persone, magistralmente orchestrato da Luchino Visconti, che tutti, con deferenza, chiamavano “Signor Conte”».

Ha per caso visto la miniserie in onda su Netflix?

«Poche battute, lo confesso. Quando durante un pranzo il nobiluomo augura ai commensali il “buon appetito”, ho spento il televisore. Mai un personaggio di siffatta levatura avrebbe infranto le regole del bon ton».

La si ricorda anche nella seconda edizione televisiva di un classico qual è stato “Il mulino del Po”.

«Un prodotto da Teche Rai, ormai. Eppure quegli sceneggiati televisivi contribuirono a formare il Paese e restano modelli esemplari di un’Italia scomparsa, ma non dimenticata». —

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