Udine e i giovani al Dorta, pronti a onorare la promessa

Sereni racconta per Forum la capitale della guerra. Il libro distribuito col giornale. Coceancig alla folla: «Beati coloro che offriranno il petto combattendo l’Austria»

UDINE. Sarà distribuito sabato con il Messaggero Veneto, a 5 euro e 80 centesimi piú il prezzo del quotidiano, il libro di Umberto Sereni “Udine capitale della guerra” edito da Forum.

Dalla mattina del 24 maggio 1915 Udine e la provincia furono considerate zona di guerra. I giovani, divenuti padroni della città durante le manifestazioni interventiste, dovettero rendersi conto che il tempo di quella generosa anarchia era ormai terminato: la guerra imponeva il suo codice e non tollerava deroghe. Ora erano chiamati a onorare le loro promesse.

Giocando sul filo del rapporto tra la vita tranquilla della comunità udinese e le tensioni sociali che si manifestarono negli anni 1914-1915, il volume della Forum ricostruisce le vicende del travagliato percorso con il quale Udine si preparò alla Grande Guerra.

Nel capitolo “Cortei rossi e cortei tricolori”, Sereni scrive che «iniziata venerdí 14 maggio, la lunga settimana della mobilitazione udinese arrivava fino alla sera di domenica 23, quando ancora una volta i giovani del caffè Dorta inscenavano un’altra dimostrazione. Ormai la guerra era sicura, e la radunata aveva soprattutto lo scopo di festeggiare quello che gli interventisti potevano legittimamente considerare come affermazione della loro volontà. Rispetto alle manifestazioni che l’avevano preceduta quella del 23 maggio non faceva registrare significative novità. Il copione era ormai collaudato e veniva ripetuto in tutti i suoi passaggi canonici. Esordiva l’ormai popolare Coceancig l’eponimo del radicalismo interventista, che salito su un tavolino del Dorta, aggiornava il repertorio dannunziano e recitava una versione udinese dell’orazione di Quarto. “Beati coloro che primi potranno offrire i loro petti contro la furia dei battaglioni austriaci; beati coloro che potranno farsi col sangue un rosso vestito fiammeggiante come una camicia dei Mille; beati coloro che primi caduti sul campo melodioso di gloria potranno gridare con la voce della morte: O straniero l’Italia non è vile».

Per il resto - scrive ancora Sereni – tutto nella norma «salvo una maggiore e piú visibile presenza dell’elemento femminile che si imponeva all’attenzione dei dimostranti. Molte donne, anche queste per lo piú giovani, ma non solo, sventolavano le bandiere nazionali e procedevano seguite da entusiasti spezzoni del corteo. Come antidoto contro la paura della morte, questa apprezzata esibizione di femminilità agiva con molta piú efficacia di tante parole».

Udine entrava nella guerra.«Si era già attrezzata la “premiata sartoria Città di Parigi” – scrive Sereni – che, a quanti intendevano conservare un’eleganza altrimenti impossibile con i panni del regio esercito, era pronta a fornire “uniformi grigioverdi” assicurando la “consegna immediata”. Con i manifesti, fatti affiggere dal Comando militare, che contenevano il decreto secondo cui dalla mattina del 24 maggio Udine e la provincia erano considerate zona di guerra e facevano conoscere le istruzioni “per l’incolumità in caso di bombardamenti aerei”, la guerra cominciava. “Santa guerra”, la chiamava sin dal primo giorno Il Popolo del Friuli».

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