Nuovo cinema giapponese: atti di resistenza narrativa

Il dibattito al Far East Film Festival con i registi e i produttori di Tiger e 90 Meters. «Difficile trovare i fondi, bisogna combattere»

Elisa Pellegrino

Tra i titoli giapponesi presentati al Far East Film Festival di Udine, due in particolare attingono alla realtà sociale del territorio per ritrarre punti di vista nuovi su tematiche attuali: “Tiger” di Anshul Chauhan, già apprezzato al Busan Film Festival, e “90 Meters” di Nakagawa Shun. Entrambe le opere si configurano come atti di resistenza narrativa, capaci di fondere la finzione con una sensibilità quasi documentaristica.

“Tiger” nasce da una necessità di rappresentazione LGBTQ+ emersa intorno al regista Chauhan. «Tre anni fa alcuni fan della comunità mi hanno chiesto di fare un film sulle loro storie. Ho sempre esitato perché non mi sentivo in grado, poi però mi sono convinto». Il progetto si è evoluto grazie a una ricerca sul campo in un particolare distretto di Tokyo, toccando realtà sommerse come quella dei centri massaggi: «Ci hanno permesso di girare dove si fanno i massaggi, ottenendo i permessi per determinati locali, nonostante gli ostacoli».

Chauhan, che nella sua carriera lavora anche come animatore, vede in questo passaggio alla fiction un salto importante: «Ho cominciato a fare film proprio perché mi ero stufato dell’animazione e volevo essere più libero nella regia con le persone». L’animazione però resta nel Dna tecnico: «Mi ha aiutato inconsciamente perché non devo studiare l'angolatura della ripresa, mi viene naturale perché nell'animazione la pianificazione è notevole». La colonna sonora di “Tiger”, curata da Tyler McBeth e Mora Moth, è nata quasi per osmosi: «È stato uno dei lavori più facili, perché ho trovato le melodie giuste già leggendo la sceneggiatura. Ho cercato di riflettere le emozioni nella musica e per me è stato un procedimento quasi automatico».

In “90 Meters”, Nakagawa Shun scava invece nel trauma personale per parlare dei giovani caregiver. «Il film è basato sulla mia esperienza. Anch’io mi sono preso cura di mia madre, ma non aveva la Sla come nel film, e le personalità dei due protagonisti sono simili alle nostre». La scelta di una struttura non lineare è una sfida al genere: «Quando si parla di questo tema di solito il racconto è cronologico rispetto all’aggravamento della malattia, mentre per me la cosa importante era concentrarsi sui caregiver. Volevo una struttura comprensibile anche per chi non conoscesse la problematica». Sul set, Nakagawa ha cercato la massima spontaneità: «Tentavamo di seguire gli attori senza decidere prima l’angolazione, volevo dare l’idea che non ci fosse un regista, ma che fosse un resoconto di emozioni, un racconto delle cose mentre accadono nello spazio». Sul fronte produttivo, la sfida resta però enorme. I produttori di “90 Meters” confermano che «è stato difficile trovare fondi per una storia così, ma abbiamo subito creduto molto nella sceneggiatura».

Per i due registi il futuro del settore appare sospeso. Da una parte Chauhan non teme per il cinema perché «le persone continueranno a essere interessate», pur ribadendo che oggi «ci sono due possibilità: usare soldi propri o combattere per averli». Dall'altra, Nakagawa lancia un allarme sulla distribuzione: «Esistono dei piccoli cinema per i film indie, ma al momento stanno chiudendo. Per continuare servirà credere in questi film e avere una visione comune».

“Tiger” e “90 meters” sono opere che riescono a farsi anche indagine sociologica, trasformando il disagio in un'urgenza che scuote le coscienze. È un cinema che abita le crepe della società giapponese per dare voce a chi resta abitualmente ai margini. —

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