Tony Hadley: «Canto Sinatra e anche “Gold” nel ricordo del live a Lignano»

Il leader degli Spandau Ballett a Sexto Vintage con la Abbey Town orchestra. «Nei miei concerti prevedo sempre i nostri successi, io preferisco “Barricades”»

di Alberto Zeppieri

Non è lontano il tempo in cui Tony Hadley infiammava le platee come frontman degli Spandau Ballet, regalando al mondo il potere della musica melodica new romantic. Venticinque anni dopo lo incontriamo a Sesto al Reghena, alle prove di “That’s life!”, un omaggio a Frank Sinatra nel quale il cantante della celeberrima band è accompagnato dalla Abbey Town Jazz Orchestra arricchita, per l’occasione, da venticinque archi dell’accademia “Arrigoni” di San Vito.

Quasi cinquanta elementi sul palco: un organico che raramente si ha l’occasione di vedere e ascoltare. È un’emozione speciale?

Quando mi hanno contattato per questo evento ho pensato subito che si sarebbe trattato di qualcosa di unico. Gli arrangiamenti e la prima parte del lavoro si sono svolti on-line. Solamente questo pomeriggio (ieri, ndr.) finalmente abbiamo potuto fare le prove, in questo auditorium. E col contatto fisico la teoria è diventata realtà.

È andato tutto bene?

C’era solo un brano sul quale ancora dovevamo stabilire la tonalità. È stato semplice lavorare con loro: l’organizzazione era perfetta.

Nei suoi concerti da solista lei offre spesso alcuni classici degli Spandau. Lo farà anche a Sesto?

Lo faccio sempre: quando mi esibisco senza la band includo comunque in scaletta “True” e “Through the Barricades” e di solito “Gold” come chiusura. In genere sono i momenti piú importanti dello show. Cantare “Gold” è diventato come intonare l’inno di una squadra di calcio. Ma è “Barricades” la mia preferita: sento una scarica di elettricità tutte le volte che la canto.

Lei ha avuto un ruolo da leader nella storia musicale degli anni ’80. Cos’è sopravvissuto di quella musica?

Un sacco di band di quel periodo stanno ancora proponendo le proprie canzoni e sono ancora in circolazione per trasmettere il loro grande sound, componendo musica nuova e interessante.

È preoccupato dei cambiamenti apportati dalla tecnologia e dalla “musica liquida”?

Sí, sono preoccupato per tutti gli artisti. Con lo streaming non si producono piú profitti con le registrazioni. Se fai una bella canzone invece dovresti essere pagato per il lavoro che hai fatto. È un grande problema per tutto il settore.

Nel film “Soul Boys of the Western World”, lei e gli Spandau Ballet vi confessate, mentre le immagini mostrano la vostra attività dal ’79 al ’90. È vero che vi ha aiutati Red Ronnie?

Sí, perché alcuni di quei filmati li dobbiamo proprio a Red, che li ha scovati e ce li ha spediti. In tutto avevamo accumulato circa 450 ore di video inediti. Per non venir coinvolti in prima persona nel montaggio, abbiamo ingaggiato una regista, dandole la libertà di decidere le parti di materiale da utilizzare.

Ci sono musicisti che non riescono ad ascoltare i propri dischi...

Ci sono voluti anni per essere a mio agio con la mia voce e sto ancora imparando. Ancor oggi faccio come Johnny Depp, che non guarda mai i suoi film.

Ha qualche ricordo del Friuli?

Un concerto da solista in un bel teatro a Gorizia e un evento memorabile con gli Spands a Lignano Sabbiadoro (sono tornati l’anno scorso l’8 agosto). Credo che da domani dirò anche: ho un ricordo indelebile di Sexto Vintage.

L’appuntamento è per oggi, alle 21.15, in piazza Castello a Sesto (biglietti a 18 euro), per il debutto di Sexto Vintage. Palco coperto si suona anche se piove.

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