Toni Capuozzo: «Il terremoto del 1976 uno spartiacque: dopo, nulla è stato più come prima»
Sarà presentato a Monfalcone il suo nuovo libro “Una piccola guerra”: «Il sisma del 6 maggio segnò un cambio nella mia vita, scoprii di amare il Friuli»

È nelle librerie e nelle edicole il nuovo libro di Toni Capuozzo pubblicato da Edizioni Biblioteca dell’immagine in occasione dei 50 anni dal Terremoto. In “Una piccola guerra” (160 pag. – 16 euro) Capuozzo narra in presa diretta le ore della scossa, l’intervento di quei giorni, la vita nelle tendopoli, e fa il punto della situazione sulla ricostruzione a distanza di anni.
Il libro sarà presentato in anteprima giovedì 26 marzo a Monfalcone Geografie festival. Appuntamento al Teatro Comunale di Monfalcone, alle 21: con l’autore dialogherà Paolo Mosanghini, condirettore Nem con delega al Messaggero Veneto.

Con gli anni muoiono anche i ricordi…
Quanti del mezzo milione di persone che vivevano nell’area del terremoto – e quanti dei centomila sfollati – ci sono ancora, e hanno voglia di raccontare?
In questo cinquantesimo anniversario, molti proveranno a farlo, con discorsi e fotografie, cerimonie e documentari.
Che cosa possiamo aggiungere? Poco, ma è un poco che ha il sapore intatto del tempo: gli articoli che scrissi provando a spiegare agli italiani la protesta delle tendopoli prima, e l’epopea della ricostruzione dopo. Due documenti allegati ai quali contribuii, che sono la testimonianza più efficace sull’emergenza.
Il primo opuscolo – a cura di Medicina Democratica – fornisce l’idea, a chi non l’abbia vissuta, di cosa sia stata la vita nelle tendopoli, specie nei primi giorni. Il secondo – con l’aiuto di Geologia Democratica – rappresenta il tentativo di incanalare nella razionalità la paura, fornendo spiegazioni semplici e comprensibili sugli eventi sismici. E, infine, un testo recente che si intitola “Prima del” e cerca di raccontare il Friuli pochi mesi prima del terremoto. La mia generazione – quelli nati negli anni Quaranta – aveva familiarità con il “prima” e il “dopo”. Prima della guerra, dopo la guerra erano frasi che ritornavano nei discorsi quotidiani: una specie di muro insormontabile che noi, venuti nel dopoguerra, non avremmo mai potuto scavalcare.
Nelle nostre scuole elementari manifesti a colori ritraevano un bambino scaraventato in aria da un’esplosione, e l’ammonimento a non toccare oggetti metallici sconosciuti: noi speravamo di trovarli, proiettili e bombe.
Oggi, il “prima del terremoto” è un ricordo strano che la nostalgia tinge dei colori sbiaditi e artificiosi di certe vecchie cartoline. A volte viene visto come un’età dell’oro, e non lo era. A volte viene raccontato come un presepe intatto, una civiltà contadina che invece era già pericolante.
Il terremoto, in fondo, è stata la piccola guerra della nostra generazione: un evento che segna tutti e ciascuno, che ti obbliga a decidere quali sono le cose importanti e quali vuoi conservare, che ti costringe a cominciare daccapo. A differenza delle guerre, non ha falcidiato generazioni, ed è stato un dramma naturale, anche se l’uomo non è mai esente da colpe. Ma come le guerre è stato uno spartiacque.
Dopo, nulla è stato più come prima. Non lo è stato per me, anche. Avevo appena terminato il servizio di leva, e il terremoto segnò un cambio nella mia vita, come se il destino avesse deciso di ridistribuire le carte, quella sera stessa, portandomi a Gemona, con un amico, Ferruccio Montanari, che non c’è più. Smisi di fare l’insegnante nella formazione professionale, incominciai senza saperlo a diventare giornalista. Scoprii di amare il Friuli molto di più di quanto non sapessi, e studiai il friulano.
Persi mio padre, e rinunciai a farmi una famiglia per conto mio. Imparai l’umiltà: prima spiegavo ai miei coetanei come si dovesse cambiare il mondo. Poi mi misi ad ascoltare nelle assemblee delle tendopoli, a ciclostilare i giornali che loro scrivevano…
E presi pure io a scrivere. Il mio primo articolo su Lotta Continua fu quello sul carnevale di Resia, e il secondo sulla rivoluzione sandinista (avevo assistito, in Nicaragua, alla precedente e sfortunata insurrezione). Ma la prima volta che mi diedero un assignment, come si dice, cioè mi inviarono di loro iniziativa in qualche posto, fu in Montenegro. E non mi ci mandarono come inviato vero e proprio. Piuttosto, e veniva anche scritto nei sottotitoli – Viaggio in Jugoslavia di un terremotato friulano – come manderesti un idraulico a raccontare un’alluvione, come uno che la sa lunga ed è titolato a raccontare i terremoti degli altri…
Come succede, invecchiando provi a chiederti come sarebbe andata “se. ..”. È un esercizio inutile. Possiamo solo dire, per quel che riguarda il destino di tutti, che ci è successo quello che succede a un inviato di guerra: quando torni a casa hai imparato la bellezza della normalità, hai più cara la vita, dopo aver visto quanto è fragile.
Dopo, il Friuli ha incominciato ad amare se stesso, la sua lingua, i suoi scrittori, le sue tradizioni, ha cercato di non perdersi. Non so se sia una consapevolezza lunga, che riguardi anche quelli venuti “dopo”. Ma si impara anche dai ricordi altrui. Una lezione sulla imprevedibilità, l’esperienza della possibilità faticosa di rialzarsi, un richiamo a non farsi sedurre dalla nostalgia, in un mondo che vive nella cifra dell’incertezza, sono un bagaglio prezioso. —
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