Kento fra rap e teatro: «La musica come ponte nel carcere minorile»

Venerdì 22 maggio alle 21 al Capitol di Pordenone porterà il suo nuovo spettacolo “La cella di Fronte”

Elisa Russo

«Cerco di mantenere lo spirito hip hop in ogni cosa che faccio, mi è sempre piaciuto scrivere, ho iniziato con le canzoni rap, poi un blog, i libri, i podcast e ora lo spettacolo teatrale segna un passaggio rispetto alla semplice scrittura perché mette al centro il corpo, la fisicità. Il teatro raccoglie quello che ho trovato in carcere, cerco di non parlare dei ragazzi ma con i ragazzi, di essere un tramite, visto che hanno tanto da dire provo a fare da ponte tra il dentro e il fuori, tra le generazioni e magari scopriamo che esiste un unico grande noi». Mescola musica, teatro e l’esperienza dei laboratori nelle carceri minorili La cella di fronte, venerdì alle 21 al Capitol di Pordenone, in collaborazione con Associazione culturale Thesis, un appuntamento Dedica Incontra.

Il tour teatrale del rapper nato a Reggio Calabria e residente a Roma, ha il marchio Produzioni Timide (agenzia nata dall’udinese Andrea Sambucco – Ruggero de I Timidi). «La vostra è una zona ricca di musica e poesia, ci sono passato tante volte, per festival come Absolute Poetry, un concerto meraviglioso a Trieste per il Lunatico, più di recente a Pordenone per il Dedica Festival, mi sono trovato così bene che abbiamo deciso di continuare questa partnership» commenta Kento.

Che aspettarsi da “La cella di fronte”?

«C’è una parte di narrazione dove racconto parecchio di quello che ho visto succedere in carcere - lì porto il rap, per me lo strumento più adatto. Poi c’è la musica, perché non si può parlarne senza farla sentire. E l’interazione con il pubblico, non mi piace che ascolti soltanto, è fondamentale che partecipi».

A che pubblico si rivolge?

«Questo spettacolo non è scritto per gli addetti ai lavori ma per il 99% delle persone che non sono mai state in carcere e mai ci saranno, si rendono conto che fa parte della nostra città e collettività e che i detenuti minorenni sono ancora più importanti per scrivere il domani che vogliamo lasciare».

Con quale approccio entra nel carcere minorile?

«Con l’ascolto, dando la parola ai ragazzi, senza imporsi ma cercando di confrontarsi, con un bagno di umiltà. È un’esperienza molto istruttiva».

È il rap a buttare giù il muro?

«Sono nativi del rap allo stesso modo in cui lo sono dei device tecnologici. Nella loro vita il rap c’è sempre stato, non hanno dovuto impararlo e scoprirlo. Propongo di scrivere insieme, abbattere i luoghi comuni, gli stereotipi, e anche una certa spocchia generazionale che i miei coetanei spesso hanno nei riguardi dei più giovani. Non siamo così diversi e abbiamo molte cose in comune, se c’è la voglia e la curiosità di confrontarsi e di capire, le differenze si appianano facilmente».

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