L’Europa vista da Dante: un’invettiva in chiave moderna a Tolmezzo

Quale pensiero avrebbe oggi il poeta? Quali sono i fondamenti su cui si regge una nazione, o un’unione di nazioni? Se ne parla a “Vie dei libri”

Gian Mario Villalta
Una celebre raffigurazione del poeta Dante
Una celebre raffigurazione del poeta Dante

Quali sono i fondamenti su cui si regge una nazione, o un'unione di nazioni? L’interrogativo di Dante (l’invettiva all’Italia contenuta nel VI Canto del Purgatorio), attualizzato, sarà al centro dell’evento di sabato a Tolmezzo Vie dei libri (alle 15.30 nel Salone dell’Hotel Roma) con il critico letterario Alberto Casadei e Gian Mario Villalta, che qui presenta l’iniziativa.


Alberto Casadei ha intitolato “Invettiva per l’Italia” il volumetto dedicato al commento del VI Canto del “Purgatorio” di Dante. Si tratta di un’agile edizione, che fa parte di un trittico di brevi saggi, ognuno dedicato a un Canto ritenuto esemplare, scelto da una delle tre Cantiche della “Divina Commedia”. Una scrittura affabile, che rende piacevole la lettura, e però non manca di precisione storica nei riferimenti o nella spiegazione dei contenuti come è puntuale nell’approfondimento dei dati lessicali e stilistici.

Il “Purgatorio” presenta la seconda parte del viaggio di Dante nell’aldilà, dove le anime si purificano dai peccati in attesa di ascendere ai cieli e corrispondere con il divino. La scelta di Casadei lascia un po’ in ombra questo tema principale, per rievocare il ricorrere della tematica politica in ogni VI Canto delle tre Cantiche, focalizzando lo sguardo, nell’ordine, su Firenze (Inferno), sull’Italia (Purgatorio) e sull’Impero (Paradiso).

Dante esprime una visione geopolitica che rispondeva a idee e convinzioni già inattuali e inattuabili nella situazione del tempo: era chiaro ai più che i Principi tedeschi non avrebbero mai riunito l’Europa cristiana sotto un unico scettro, come del resto l’universalismo cattolico era per i più un evidente strumento di potere da giocarsi su tavoli separati, a seconda della convenienza (anche da parte della stessa Chiesa).

Dante guardava indietro: molti lo hanno definito un conservatore, qualcuno un reazionario, e forse era un utopista che cercava di far stare dentro vecchi contenitori una materia che sentiva necessaria, a anche nuova, a modo suo, tanto da impegnarsi a teorizzarla nel “De Monarchia”.

L’espediente narrativo che dà avvio all’invettiva nel VI Canto del “Purgatorio” è noto: Sordello, personaggio che Dante ammanta di grandezza morale, al solo sentire da Virgilio che quest’ultimo è nato a Mantova, la sua stessa terra, si alza in piedi e gli va incontro per abbracciarlo. È il segno dell’amore per la propria patria, di fronte al quale Dante pensa a sé stesso, alla sua condizione di esule politico e allo stato di discordia e incertezza in cui versa l’Italia. Da qui comincia (verso 76): Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiere in gran tempesta e poi quel che segue.

È qui che Alberto Casadei approfondisce un tema che oggi è interessante riprendere: quale idea aveva Dante di ciò che egli chiamava Italia? Certo, il nome c’era, indicava la penisola, ma è altrettanto certo che l’Italia, in quanto stato unitario effettivo, inizia a esistere soltanto dalla seconda metà dell’Ottocento.

Non si può certo attribuire a Dante un progetto nazionalista moderno, di stampo risorgimentale, com’è illustrato in pochi versi da Alessandro Manzoni in “Marzo 1821”: quell’Italia una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor; cioè unita nell’esercito, nella lingua, nella religione, nella cultura, nella etnia e nei sentimenti.

Di queste sei “unità”, alcune le avrebbe date per scontate; alle altre non avrebbe neanche pensato, per esempio un unico esercito, un’unica lingua (c’era già: il latino), un’unica etnia… e per quanto riguarda i sentimenti era un po’ più aristocratico del romantico Manzoni (sebbene Manzoni fosse conte e Dante invece costretto a ricorrere al trisavolo Cacciaguida per ritrovare qualche goccia di “nobiltà di sangue”). Insomma, che cos’era l’Italia prima dell’Italia è un bel tema.

Come un bel tema da approfondire sarà: quale Europa (quella che, di fatto, non c’è) pensiamo oggi quando diciamo Europa? Parliamo tanto, infatti, di Europa, e nel suo cammino sempre ricominciato verso qualcosa di unitario, riconoscibile e nel quale riconoscerci, ci troviamo a fare un passo avanti e mezzo indietro, quando non uno avanti e uno e mezzo indietro.

Parliamo come se fosse una realtà vigente e davvero operante, per dire subito dopo che cosa le manca per diventare tale. Non è forse che quello che le manca è un’idea nuova e forte? Non è che questa idea forte, com’era quella di Dante, non è nuova (cioè non tiene conto di quanto è avvento nel mondo negli ultimi quindici anni), oppure è nuova (salvare sovranità degli stati membri e legare l’unità della cultura, dell’economia e della difesa) ma non è forte?

Da un confronto con Dante, percorrendo analogie e differenze su questo doppio riferimento, potrebbe uscire qualcosa di sorprendente. Che se ne parli, inoltre, all’interno di un progetto transfrontaliero europeo, che ha come guida ideale proprio l’opera e il pensiero di Dante, appare particolarmente centrato.

Ultima annotazione: sebbene l’invettiva dantesca si rivolga all’Italia usando “serva” e altri appellativi non belli, sebbene abbia le formule espressive e il tono dell’accusa, Casadei ha voluto intitolare il suo breve saggio “Invettiva per l’Italia”. “Per” l’Italia, non “contro” l’Italia, anche se l’Italia è insultata e accusata: è l’amore, che sente tradito, a spingere Dante all’invettiva.

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto