Venezia, l’ultima scheggia di Bisanzio: il sogno imperiale di John Julius Norwich
Dalla vacanza in laguna nel 1946 alla monumentale "Storia di Venezia": il visconte scrittore raccoglie l'eredità del padre Duff Cooper per narrare l'epopea della Serenissima. Un racconto tra Oriente e Occidente, dove il doge Enrico Dandolo e il mito di Costantinopoli rivivono in uno stile romanzesco

È un giorno d’estate del 1946 quello in cui vediamo il distintissimo cittadino britannico Duff Cooper aggirarsi per le calli millenarie di Venezia, assieme alla moglie lady Diana Manners e al figlio sedicenne John Julius. Portando il suo rampollo a spasso nella città lagunare, Duff gli racconta la storia della Serenissima Repubblica, già signora del Mediterraneo: «Mio padre riconosceva – ricorderà poi John Julius - che era stata retta da un governo, unico nel suo genere, austero e occasionalmente anche duro, ma era tuttavia convinto che la sua azione fosse ispirata dall’imparzialità e dal senso della giustizia più di ogni altro governo di allora in Europa».
Il suo sogno, confida al figlio, è scrivere una storia di Venezia che le renda onore, per riscattare la Serenissima dalla cattiva stampa di cui ha goduto per secoli.
Duff Cooper non è un turista qualsiasi. La sua è una biografia romanzesca, il profilo da manuale di un membro delle classi dirigenti del tardo impero britannico: discendente d’un figlio illegittimo di re Guglielmo IV, scrittore prolifico, bevitore di prima vaglia e donnaiolo di pubblica fama, Cooper è stato un parlamentare conservatore, poi agente del Foreign Office, ministro dell’informazione sotto Churchill e plenipotenziario per Singapore. Al tempo della sua vacanza a Venezia, Cooper è ormai un apprezzatissimo ambasciatore a Parigi, incarico che manterrà per diversi anni a venire, quando infine la Corona lo nominerà primo visconte di Norwich come riconoscimento per i suoi servigi. Non c’è da stupirsi che questo figlio del mondo vittoriano subisca tanto il fascino della Serenissima, un impero talassocratico, fondato sui commerci e sulla fedeltà alla sua antica costituzione. Stroncato a soli 63 anni dalle implicazioni d’una cirrosi epatica, Duff non riuscirà mai a scrivere il libro di cui parla al figlio.
Sarà proprio John Julius, il secondo visconte di Norwich, a farsi carico della mancata impresa del padre. A metà degli anni Sessanta, dopo aver concluso il servizio nel Foreign Office e nel corpo diplomatico intrapresi secondo la tradizione famigliare, J.J. Norwich si dedica con successo alla carriera di scrittore, specializzandosi nella divulgazione del Medioevo: è autore di una storia in due volumi sulla Sicilia normanna, di una imponente monografia sul Mediterraneo, nonché di due poderosi libri sull’impero bizantino, suo argomento prediletto.
Nell’introduzione Norwich non nasconde quanto gli stia a cuore la sua “Storia di Venezia”, di cui Sellerio editore ha pubblicato in questi mesi il secondo volume italiano, che oltre a trattare d’una città amatissima dall’autore è anche l’omaggio a una figura paterna ingombrante e spettacolare.
Scritta fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, l’opera non servirà al lettore a sentirsi aggiornato sugli ultimi esiti delle ricerche. Vi troverà però il racconto, degno d’un romanzo, della storia evenemenziale della Repubblica – date, personaggi, rivolgimenti, trame e battaglie – raccontata nello stile brioso che caratterizza ogni divulgatore britannico da quando il Gibbon vergò la sua “Storia del declino e della caduta dell’impero romano”.
Allo sguardo britannico su Venezia, ereditato dal padre, Norwich sovrappone la lente del bizantinista: due lenti che rendono l’opera capace di penetrare un particolare aspetto della storia di Venezia, quello del suo rapporto con gli spazi imperiali, che prenderemo come filo conduttore della nostra introduzione.
Non è facile per noi oggi immaginare il mondo in cui Venezia muove i suoi primi passi, più o meno nell’epoca in cui il leggendario re Artù calcava il suolo di Britannia. Ancor prima della caduta dell’impero d’occidente, genti dell’entroterra hanno scelto di vivere sulle isole della laguna, onde sfuggire alle traversie barbariche che i turbolenti secoli V e VI infliggono alla terraferma. È un tempo cristiano, la tarda antichità, in cui l’imperatore romano che siede a Costantinopoli è considerato il signore del mondo, il rappresentante in terra di Dio. Anche i re germanici che regnano in occidente dopo il 476 d.C. lo fanno in suo nome, battono moneta con il suo volto. Così, quando con le guerre gotiche Bisanzio torna ad affermare il diretto controllo imperiale sull’Italia, strappandola a Teodorico e ai suoi successori, i tribuni lagunari delle Venetiae offrono le loro navi e i loro porti a Belisario e Narsete, i generali di Giustiniano. L’impresa bizantina si conclude nel 553, ricostituendo l’antica provincia Venetia et Histria, di cui gli insediamenti lagunari fanno parte. Quando, nel 568, avviene l’ultima calata germanica sull’Italia, quella longobarda, le isole sono tra le poche parti della provincia a restare sotto la sovranità imperiale. Bisognerà arrivare all’VIII secolo perché, in rottura con l’iconoclastia che ha pervaso l’impero, le comunità lagunari di questo ducato bizantino scelgano per sé il proprio dux, il futuro doge.
Il legame con l’impero d’oriente prosegue comunque nei secoli. Mentre il teatro di terraferma italiano assiste al dispiegarsi brancaleonesco dell’ordine feudale, papi e imperatori, comuni e signorie, Venezia è parte d’un mondo altro, molto più vasto. È un mondo che inizia sulle acque dell’Adriatico, sulle isole e le coste della Dalmazia, che Venezia amministra nel nome dell’imperatore, e prosegue nello Ionico e nell’Egeo, arriva alle coste della Siria e dell’Egitto: al suo centro ha Costantinopoli, la più grande città del mondo conosciuto, a cavallo tra Europa e Asia. È un mondo in cui la tradizione romana dell’arte dello stato non è mai stata perduta, che coltiva la memoria dei classici, che condivide con i grandi imperi dell’Islam l’eredità comune del mondo antico.
Il Mediterraneo orientale e non l’Italia è lo spazio in cui Venezia muove. I suoi dogi bramano l’approvazione dei cesari, i suoi patrizi sposano nobili romane, mandano i figli a farsi una cultura nella Seconda Roma. Il suo popolo vive in una forma di Stato che non ha equivalenti in Europa occidentale, per diritto o economia. Le genti di terraferma risentono la differenza e di Venezia diffidano, a partire dalle città venete del suo immediato entroterra, che pure un domani saranno il cuore del suo Stato da Tera. Ne diffida il papa, al quale la città lagunare tributa la deferenza minima necessaria, essendo l’unica altra istituzione della penisola, oltre alla Chiesa, a poter vantare una continuità reale con l’età romana. Il legame con Bisanzio resisterà in parte anche dopo lo scisma, per sciogliersi davvero soltanto nel XII secolo, quando gli orgogliosi imperatori Comneni s’inimicano quell’antica scheggia adriatica dell’impero, che nel frattempo, di favore in favore, ha preso il controllo d’una fetta troppo grande dei loro traffici.
Il dissidio avrà conseguenze funeste per ambedue gli attori. Con la quarta crociata del 1204, che pure ha dato a San Marco i suoi fulgidi cavalli, Venezia suona l’ora della fine per l’impero. Il doge Enrico Dandolo, un vecchino veramente cattivo, dirotta i crociati dalla Terra Santa a Costantinopoli e la città cade per la prima volta nella sua storia. Il saccheggio e il rogo della Nuova Roma distruggono un patrimonio culturale, secoli di continuità con l’antico, che avrebbe potuto far fiorire un rinascimento. Dandolo assume il titolo di “Signore di un quarto e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente” ma Venezia non può farsi Bisanzio. Sulla terra le manca la forza militare, e deve dividere la conquista con i cavalieri franchi. Dall’Asia minore l’impero riprenderà poi la sua capitale ma non troverà più l’antica forza. Eroso da mille nemici, dopo due secoli di splendido ripiegamento cadrà infine al turco ottomano nel 1453.
Il periodo fra il 1204 e il 1453 vede il dispiegarsi dell’impero coloniale di Venezia, quando la città assurge al ruolo di potenza del Mediterraneo orientale, e i mari sono al massimo un teatro per i suoi scontri con la Genova la superba. Anche quando i greci riprendono Costantinopoli, la Serenissima mantiene il controllo di isole e coste dell’Egeo. La quarta crociata, però, aveva posto le premesse per la rivoluzione di quel mondo: quando Maometto II alza la mezzaluna su Santa Sofia, l’impero cambia di segno e diventa nemesi per Venezia. I traffici proseguiranno floridi per secoli, ma un pezzo alla volta la Repubblica dovrà cedere i suoi domini d’oriente alla nuova potenza ottomana.
Nella stessa epoca Venezia si espande in Occidente. Dopo che l’imprendibile posizione della sua città l’ha messa in salvo da ogni possibile assedio per oltre mezzo millennio, poiché la laguna è per Venezia ciò che le mura sono per Costantinopoli, ora la Serenissima deve volgersi alla terraferma per mettere in sicurezza il suo entroterra. Gradualmente, negli anni che vedono dispiegarsi il Rinascimento, per la Repubblica di San Marco l’essere uno stato italiano prende il sopravvento sull’essere uno stato del Mediterraneo orientale.
Il secondo volume della storia del Norwich copre questa diversa fase della vita della Repubblica. Sono i secoli in cui Venezia si ritrae dall’Oriente: a segnare le tappe di questa vicenda sono nomi circonfusi dell’alone della leggenda, come quelli di Famagosta, Candia, Lepanto, della Morea.
In Italia Venezia è costretta contro le proprie inclinazioni a barcamenarsi con signorie litigiose (già le han dato da fare a sufficienza nei secoli precedenti i suoi vicini veneti, a partire dai signori di Padova), volubili condottieri mercenari, minacciosi eserciti di potenze straniere. In questo scenario nuovo la differenza originaria non è dimenticata, e della Repubblica tutti continuano a diffidare, tanto che agli inizi del Cinquecento il collerico papa Giulio II riuscirà ad unire tutte le potenze d’Europa nella Lega di Cambrai, al solo fine di sopraffarla.
Forte della diplomazia che diventa una bandiera, Venezia sopravvive. Nella narrazione degli eventi degli ultimi due secoli della sua storia il nostro Norwich si limita a una ricapitolazione sommaria perché, ci informa frustrato, non succede niente. Da un lato c’è il tedio dell’inglese per una fase tanto lunga quanto povera dei rivolgimenti che fanno la gioia dello storico degli eventi. Dall’altro c’è, ci azzardiamo a dire, la stanchezza dell’autore verso il proprio imperativo a farsi carico di un’impresa paterna tanto onerosa - narrare una storia durata oltre mille anni - che il padre stesso s’era limitato ad annunciarne l’intento, ben guardandosi dall’intraprenderla. Non sfugge nemmeno all’autore, comunque, che gli ultimi secoli di Venezia – improntati quasi soltanto alla pace – corrispondano a un’età felice per i suoi abitanti, in particolare per il suo popolo, che non aveva pari nell’Europa coeva.
Resta la curiosità sciocca di chiedersi cosa sarebbe successo se nel 1797 un futuro imperatore d’Occidente, il Bonaparte, non avesse deciso di cancellare la Serenissima dalle mappe. Se quest’ultimo frammento di Bisanzio in Europa, insomma, avesse avuto l’occasione di affrontare l’epoca che Karl Polanyi definisce la grande trasformazione. —
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