Sopravvissuti, l’umanità disumana e la logica del potere

A Pordenone Docs Festival la verità di “Eyes of the Machine” sull’attivista uigura Sidik

Gian Paolo Polesini
Un’immagine tratta dal documentario Eyes of the Machine di Daya Chaen sull’attivista
Un’immagine tratta dal documentario Eyes of the Machine di Daya Chaen sull’attivista

Le macchine ci osservano. Ogni movimento è registrato. In una scena d’insieme chiunque è identificato: una specie di rettangolo luminoso circumnaviga il soggetto rilasciando dati sensibili: chi è, quanti anni ha e, soprattutto, dove sta andando. In Cina la libertà è qualcosa di ancora più remoto dell’utopia. Il controllo è instancabile.

“Eyes of the Machine” (Gli occhi delle macchine), produzione olandese del 2025 di Daya Chaen, stringe il campo sull’attivista e sopravvissuta uigura Kalbinur Sidik, testimone diretta delle persecuzioni cinesi inflitte al popolo che abita il Turkestan orientale.

Vale la pena di chiarire cosa si intenda per uiguro: un’etnia turcofona di matrice islamica che vive nella regione autonoma dello Xinjiang.

Il Partito Popolare li teme e, per questo, cerca di sterminarli. Soltanto in seguito si capirà che Sidik, essendo di origine uzbeka, è stata costretta all’esilio nel Nord Europa. Il marito, uiguro, è rimasto in Patria e dopo le prime telefonate nei giorni iniziali della separazione, è sparito d’un botto.

I tratti somatici rendono riconoscibile questa comunità: gli occhi, le sopracciglia, spesso segnate da una tinta ottenuta da un prodotto naturale fatto scorrere fra le mani.

«La mia vita è seminata di panico», spiega la signora Kalbinur, figura centrale del documentario che vedremo stasera alle 18 in sala grande per la seconda giornata di “Docs Fest” del Cinemazero di Pordenone.

Ricordiamo alle 21, in anteprima assoluta, sarà proiettato “A Nord! Nobile, successi e cadute”, con eccezionali filmati degli archivi Luce.

L’evidenza è una condizione di dominio sistematico, esercitato su una popolazione precisa. Non è del tutto chiaro cosa tema il Partito in questi dieci milioni di anime. I movimenti separatisti? È un’ipotesi plausibile.

«Nel 2017 fui assegnata a un campo di internamento come insegnante di cinese» racconta Sidik. «Gente rasata e bendata a terra compongono una coreografia rigida, di quelle tipiche loro senza che un solo braccio sia fuori posto. La polizia circonda i prigionieri perimetrando la zona. Il fanatismo si manifesta anche nei rituali, come l’alzabandiera. Per dire il vero, in molti Paesi, il gesto patriottico assume toni militareschi.

Mai quanto in Cina. Due militari tengono stretto il vessillo prima che uno dei due cominci a issarlo, tirando la corda con un andamento quasi disumanizzato. Il pubblico presente deve osservare attentamente lo stendardo rosso a cinque stelle, possibilmente senza fiatare.

Persino un certo abbigliamento femminile uiguro è oggetto di repressione: le gonne lunghe sono proibite così come i fazzoletti in testa.

Le sparizioni rispondono a una precisa logica di potere. Per cui: nessuna meraviglia semmai accadessero. E prima di far sparire il soggetto preferibilmente uiguro, lo si fotografa accuratamente. Uno scatto ricordo, come dire. Il film contempla una notevole galleria di facce sconsolate, tristi, avvilite, rassegnate, segnate, ferite.

Il paradosso più inquietante assume la forma di incursioni nelle famiglie: queste sono costrette ad accogliere una sorta di “gemello”, come lo definiscono le autorità — un individuo inviato appositamente per monitorare la vita domestica. Ogni giorno è richiesta una fotografia che certifichi la “normalità” del nucleo sotto osservazione.

Questo ospite imposto può arrivare a esercitare violenza sulla padrona di casa, fino a costringerla a condividere il letto. L’invasione segue un rituale: mangiare insieme, dormire insieme, studiare insieme.

«Ci molestava continuamente — racconta Kalbinur — con comportamenti inquietanti. A volte si sedeva in salotto completamente nudo. Condividere un’esistenza già difficile con una persona instabile, guidata dall’alto per spezzarti, è una tortura. Cerco di dimenticare, ma è quasi impossibile».

La speranza che resta è una sola: ritrovare il marito. Una forza di volontà che cerca di resistere a un bombardamento continuo, senza tregua.

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