Sonnino e la “rovina” di Trieste senza l’Austria

Il ministro degli esteri del regno d’Italia previde un destino difficile per la città giuliana

TRIESTE. La Grande guerra, che portò alla dissoluzione dell’Austria-Ungheria, fu un colpo al cuore di una Trieste in vertiginosa ascesa.

La città era passata dai 175 mila abitanti del primo '900 a 250 mila, che ne facevano la quarta città asburgica dopo Vienna, Praga e Budapest, mentre i traffici marittimi, nello stesso periodo, erano saliti da meno di due milioni di tonnellate a tre e mezzo, inseguiti dallo sviluppo delle infrastrutture.

Risalgono, infatti, a questo periodo i lavori per il porto Francesco Giuseppe (oggi Porto Nuovo), la realizzazione della nuova stazione ferroviaria di Campo Marzio (parallela all’entrata in funzione della “Transalpina”), la crescita della cantieristica, costretta a cercare nuovi spazi a Monfalcone.

Le floride condizioni di Trieste, fiore all’occhiello dei possedimenti asburgici, facevano sí che gli italiani d’Austria garantissero il 10% del gettito erariale (molto piú della percentuale demografica), e vantassero il piú basso tasso di emigrazione tra le etnie della monarchia (l'Italia, invece, aveva visto ben 40 mila cittadini partire per la città adriatica, dove venivano chiamati “regnicoli”).

Sidney Sonnino, ministro degli esteri del Regno d’Italia, che con il re e il primo ministro Salandra sarebbe stato artefice primo dell’intervento, aveva osservato senza mezzi termini che, per Trieste, la separazione dall’Austria sarebbe stata «una rovina».

Talché nei primissimi pour parler con l’Intesa, non ne fu chiesta l'annessione: si pensava infatti che l'Austria-Ungheria sarebbe sopravvissuta, ancorché ridimensionata, e che il bacino danubiano avrebbe dovuto avere garantito il suo naturale sbocco nell’Adriatico ridiventato “mare nostrum”.

L’irredentismo fu un fenomeno molto elitario e ristretto (meno del 3% della popolazione, scrisse Mario Alberti, esponente di spicco del movimento e autore di “Irredentismo senza romanticismi”), nel suo complesso, invece, la popolazione apparve al comandante del Distretto Marittimo, barone Koudelka, «dinastica, leale e patriottica».

Cosí quando l'Italia, alleata degli Imperi centrali nella Triplice Alleanza, ufficializzò quello che molti (a partire da Giovanni Giolitti) chiamarono “tradimento”, vi fu una rivolta che prese di mira i cenacoli irredentisti e i negozi gestiti dagli immigrati dal Regno.

E Italo Svevo, presente al rogo de Il Piccolo, annotò nel suo diario la frase di una popolana che aveva preso parte ai tumulti: «Noi semo tuti italiani. Ma i ne la ga fata tropo sporca. Farne la guera dopo che sofrimo tanto da diese mesi. Era una cosa che si poteva aspettarsi». (lu.sa.)

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