Silenzi e torture senza memoria nell’isola di Tito
Un saggio del poeta per Laterza oltre le ideologie «Dobbiamo immedesimarci, capire e cambiare»

La storia la scrivono i vincitori e rapportarsi a essa può essere molto complesso e doloroso. Quali elementi dobbiamo esaminare, sfogliandone le pagine, per tener fede ai principi etici che governano la nostra esistenza? Quale sguardo occorre avere rispetto alle atrocità commesse in nome di un’ideologia o di una fede, e ancora, il nostro punto di vista riesce a essere disincantato? Lo scrittore e poeta Gian Mario Villalta interroga se stesso, e i lettori attraverso le pagine del suo nuovo saggio, che uscirà giovedí 11, per i tipi di Laterza_Solaris, con il titolo “L’isola senza memoria”.
Il punto di avvio di un lavoro lungo cinque anni, una meditazione che ha il passo della narrazione e intreccia biografia e storia, partendo dai fatti terribili di Goli Otok, una “piccola ossessione” per Villalta che circoscrive il tema della responsabilità individuale difronte agli eventi della storia. «Con Amedeo Giacomini, andai a trovare Ligio Zanini in prossimità dell’uscita del suo romanzo autobiografico “Martin Muma”. Non si fidava di spedire via posta il manoscritto, temeva ancora la censura. Un capitolo era dedicato al suo internamento a Goli Otok, ovvero l’isola Calva. Un nome che, per chi conosce la storia delle terre del confine orientale, evoca terrore e violenza e che rientra nella terribile realtà dei totalitarismi. È lí che il maresciallo Tito scelse di installare un campo di concentramento in cui internare tutti coloro che, a torto o a ragione, erano considerati avversari politici o comunque ostacoli alle sue mire espansionistiche e dittatoriali. Ciò che accadde in quel gulag è divenuto noto soltanto moltissimi anni dopo, grazie alle testimonianze dei pochissimi sopravvissuti. Tra il 1949 e il 1956, furono oltre sedicimila. Venivano condannati alla prigionia sull’isola con l’intento di rieducarli, attraverso un sistema che trasformava le vittime in carnefici, privando i prigionieri di ogni traccia di solidarietà e di umanità. «Se non si diveniva aguzzini si veniva torturati. E anche quando, sopravvissuto per miracolo, qualcuno tornava a casa, non parlava mai dell’orrore provato. Goli Otok è un nome che per decenni nessuno ha mai osato pronunciare, anche perché si rimaneva continuamente sotto osservazione e bastava una parola sbagliata, anche solo un sospetto, per essere riportati sull’isola. Il giorno in cui incontrai Ligio Zanini mi colpì la profonda differenza che c’era tra quanto aveva scritto, in modo quasi accettabile per quanto tremendo e la sua difficoltà a raccontare invece la sua esperienza a voce. Non riusciva quasi a parlarne. Mi colpì la discrepanza. Ho cominciato a interrogarmi sul senso di quanto accaduto a chi era stato imprigionato. Per vent’anni nessuno ne aveva parlato e i sopravvissuti erano stati portati a vivere nella vergogna e nella solitudine, erano stati condotti a perdere anche la credibilità e il coraggio di testimoniare la loro vicenda umana».
Tra le vittime di questo luogo di morte anche un centinaio di italiani. Come gli operai di Monfalcone, comunisti fedeli all’ortodossia staliniana. Giunti in Jugoslavia con il miraggio della possibilità di contribuire alla costruzione del primo vero Stato socialista, dopo la rottura dei rapporti fra Tito e Stalin e l’espulsione della Jugoslavia dal Cominfrorm (1948) vennero ritenuti «nemici del popolo». Appartenenti alla stessa ideologia furono messi l’uno contro l’altro nel campo di concentramento.
«Mi sono domandato cosa accade a un essere umano quando gli si ordina di uccidere o torturare. Possiamo capire veramente cosa gli succede? Perché se esiste una retorica del racconto c’è anche un’estetica dell’orrore ancor più menzognera. A un certo punto i fatti di Goli Otok si sono intrecciati con quelli di un’altra isola, quella di Rab che nel 41 era stata invasa dalle truppe dell’Italia fascista. A Kampor venne allestito un campo di concentramento, in cui trovò la morte più di un migliaio di civili innocenti. Mio nonno aveva fatto due guerre e combattuto lì vicino. Eppure nemmeno lui raccontava della sue esperienze. Mi sono chiesto se non fosse stato là, se avesse saputo qualcosa. Il mio è stato uno scavo nel silenzio, in forma personale e diretta attraverso lacerti di memoria. Per le rievocazioni ho una specie di ripugnanza. Tutt’oggi nella stessa Giornata della memoria, le celebrazioni sono a servizio dell’ideologia invece che di un reale cambiamento nelle teste delle persone. Non spetta agli storici mettere insieme il dramma umano. Ma spetta a noi immedesimarci negli altri senza essere condizionati dalle posizioni che occupiamo. Alla fine siamo tutti responsabili e tutti colpevoli».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto
Leggi anche
Video








