La rivincita degli Gnognosaurs, fra albi da colorare e giochi

Andrea Venier, nato a Tolmezzo, illustratore, animatore e creatore dei piccoli dinosauri che parlano friulano per insegnare ai bimbi a parlare e leggere in marilenghe in modo divertente e creativo, racconta il suo ultimo progetto editoriale

Fabiana Dallavalle
L’albo da colorare degli Gnognosaurus
L’albo da colorare degli Gnognosaurus

Ma cosa o, meglio, chi sono gli Gnognosaurs e quando sono nati? Ad Andrea Venier, nato a Tolmezzo, classe 1967, illustratore, animatore e dal 2003 giornalista professionista, creatore dei piccoli dinosauri che parlano friulano per insegnare ai bimbi a parlare e leggere in marilenghe in modo divertente e creativo, il compito di raccontarci del suo ultimo progetto editoriale inedito: un albo da colorare che promette giochi, disegni e, naturalmente, una buona dose di dinosauri tonti. Venier, diplomato in illustrazione presso lo Ied dl Milano, ha lavorato a Mediaset realizzando animazioni per programmi e sigle televisive, tra cui Paperissima.

Dal dicembre 1997 al luglio 1999 è stato vignettista de “L’Avvenire”. È stato protagonista di tante altre iniziative in favore della marilenghe, suoi i disegni delle bustine di zucchero con gli umori in friulano che si trovano spesso nei bar della regione. Dal 1999 lavora a Milano come infografico per il “Corriere della Sera”. L’opera, intitolata Jo o soi Gnogno è pubblicata da Vita Cattolica in collaborazione con Arlef che ha curato la revisione linguistica dei testi.

«Gli Gnognosaurs sono apparsi nel 1996, quest’anno facciamo trent’anni, sulla rivista Alc&Cé pubblicata dalla Vita Cattolica. Poi, visto che per anni li ho fatti lì, ho raccolto le strisce in un primo libro, ora esaurito, e poi ne ho fatti altri due, anzi tre perché la raccolta delle migliori storie, The best is (2014) è uscita proprio in abbinata con il Messaggero Veneto. Ora c’è l’albo da colorare presente in edicola. Ci ho lavorato molto, ci sono i giochi e in più una paginetta educational in cui descrivo delle cose della preistoria del Friuli. In questo primo numero parlo dell’orma che c’è a Claut, (nel settembre del 1994, durante una gita scolastica al Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, un gruppo di studenti fece la scoperta straordinaria: le impronte fossili di un dinosauro, ndr). La cosa particolare che non c’è negli altri albi da colorare che ci sono in Italia è che tutte le tavole formano una storia. È come se bambini partecipassero a colorare il loro fumetto. Il mio sogno da ragazzino».

Andrea, che rapporto ha con il friulano?

«Lo definirei “naturale” : ho sempre lavorato e scritto nelle due lingue, in Friuli abbiamo il “superpotere” di poter essere bilingui che consiglio di sfruttare, anche perché ti dà un vantaggio competitivo a imparare altre lingue. Sono stato direttore del mensile La Patrie dal Friûl e mi occupo di friulano dal 1992. Faccio ancora le interviste sulla Patrie. Adesso sul Corriere Economia pubblichiamo una striscia con gli Gnognosaurs in italiano. Però in friulano risultano essere più “colorati”, simpatici. In friulano, lingua onomatopeica, ci sono dei suoni, ad esempio, io uso “pataf” o “glot” . È una lingua duttile che si presta al fumetto».

Gnogno ha anche un suono e “Jo o soi Gnogno” sembra quasi un manifesto.

«Sì, è affermare orgogliosamente che si può essere tonti anche in questo mondo che ti chiede sempre la performance. Diciamo (Elisabetta Pittana che mi fa i testi ed io) che si può essere tranquillamente tonti e anzi risultare anche più simpatici. Quasi un’autoaffermazione gnogna».

Passa anche l’idea al bambino che, anche se non sei “performante”, perfetto, va bene ugualmente.

«Esatto, il lavoro lo abbiamo iniziato l’anno scorso, e ho visto il concetto a cui stavamo lavorando confermato dal grande successo del cantautore Lucio Corsi a Sanremo che ha cantato un brano sull’accettare le proprie fragilità. Mi sono detto: “bello, anche noi siamo in questa contro onda di prendere la vita con più candore e gentilezza”. Ingenui è la parola giusta per tradurre la natura dei Gnognosaurs. Ma anche tonti alla fine va bene, nel senso di “lasse stâ, al va ben cussì”».

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