Quella vita da quattro soldi e la giustizia che non venne mai
3 luglio 1892
Si conclude oggi il ciclo “Delitti&passioni”. Lucia Burello tornerà presto con una nuova rubrica “Fantasmi tra noi. Misteri nei racconti dei friulani”.
«Le sta bene! Così impara ad andar con tutti! » se ne esce il conciapelli sputando per terra.
«Adesso non impara un bel niente! » risponde un giovane poliziotto che ha appena dato di stomaco. «Santo cielo un po’di rispetto!».
Il suo superiore lo guarda in tralice: «Tu pensa a fare il tuo lavoro! ». Poi, da sotto la barba fitta a collare, la mandibola dura e quadra si storce in un sorriso sdegnoso e, rivolgendosi al testimone: «È il suo primo omicidio».
È il 3 luglio del 1892. Nel bosco del Cacciatore a Trieste, c’è viavai. Forze dell’ordine e medici legali sono assiepati sotto le fitte fronde di querce e castagni. C’è un’afa maledetta e il fetore è insopportabile. Disteso a terra, sotto una nera nuvola di mosche, c’è il cadavere di una giovane donna con il ventre squarciato. «È qui da almeno tre giorni – se ne esce il medico – ci sono ferite da arma da taglio, ma anche di proiettile».
Il giovane poliziotto, certo Ursich, non riesce a tenere a bada lo stomaco facendo innervosire i colleghi veterani.
L’identità della vittima è già accertata, l’uomo che ha trovato il corpo, il conciapelli, la conosceva fin troppo bene. Si trattava di Orsola Pippan. Per quel che ne sa, faceva la domestica, ma da tempo era disoccupata e così, per tirare a campare, si era data “alla vita”.
Sul corpo non viene rinvenuto nulla di significativo, a parte un ciondolo portafortuna che a nessuno è importato rubare. Il suo amuleto deve aver avuto una data di scadenza.
Non sapendo esattamente che fare, la polizia fa quello che in questi casi è bene fare: arresta il fidanzato della donna, il cornutone, tale Giacomo D’Alvise di Lestizza. Lo torchia come un acino d’uva, lo rivolta come un calzino e dopo il lungo e stringente interrogatorio, inizia il processo istruttorio.
Sono i giorni peggiori della sua vita. Il D’Alvise piange e nega, nega e prega. Per giorni non tocca cibo e il suo viso smunto fa più pietà che orrore. Non ha certo l’aria del mostro, né sembra avere il fegato per commettere simili scempi. Dopo lunghe settimane, non si cava un ragno dal buco e in seguito alle risultanze dell’Istruttoria la Procura di Stato di Trieste desiste dal processo. Il poveraccio viene rimesso in libertà.
Non c’è più motivo di spendere tempo e risorse dietro a una prostituta; ecco, infine, la terribile sentenza che nessuno ha il coraggio di pronunciare. Si archivia e basta. L’unico a non darsi pace è il giovane Ursich. «È così che vanno le cose – gli spiega il superiore spegnendo la luce del commissariato – prima te ne fai una ragione e meglio è. Un tempo anch’io come te provavo sentimenti. Ma facendo questo mestiere, li ho consumati tutti». —
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