Premio Scerbanenco, il racconto: Fugu, il pesce palla killer

Il primo selezionato alla sesta edizione del concorso dedicato al racconto giallo. Al centro della vicenda un celebre piatto della cucina giapponese che può risultare pericoloso

Iniziamo la pubblicazione dei tre racconti finalisti della sesta edizione del Premio Scerbanenco@Lignano. I lavori sono scelti dalla giuria tra i circa 100 giunti per partecipare all’edizione 2020 del concorso letterario legato al festival Lignano Noir: si tratta di Fugu, di Francesca Santi (Livorno), Fatman, di Stefano Giulidori (Milano) e Casa Amici 1990 circa, di Giuseppe Vottari (Ferrara). La classifica sarà resa nota sabato 29, alle 18, nel corso delle premiazioni durante la cerimonia che si terrà al Cinecity di Lignano Sabbiadoro.

* * *

Raggomitolata sul parquet di ciliegio, Saeko si premette la mano sul ventre ed emise un solo singhiozzo prima di chiudere gli occhi. Uno scalpiccio pesante l’avvertì che Giorgio stava scendendo le scale: quando le passò accanto, s’irrigidì, pronta a ricevere un colpo che non arrivò. La porta si aprì e si richiuse, ma lei restò appiattita a terra e la sua mente volò al loro primo incontro.

«C’è un cliente in sala che insiste per fare i complimenti allo chef.».

Saeko si pulì le mani sul grembiule prima di slacciarlo, liberò i capelli dalla cuffia e rimase immobile sulla soglia della cucina per qualche secondo quando lo vide: capelli arruffati, un profilo nobile e occhi di un blu che era facile confondere col nero.

Assomigliava al vampiro protagonista di una vecchia serie tv che aveva amato, anche nel portamento: dita intrecciate sul tavolo, labbra sottili piegate in un mezzo sorriso e uno sguardo che sembrava poter indovinare ogni segreto. D’istinto indietreggiò, ma quando lui si alzò con fare impacciato per invitarla a raggiungerla con un cenno della mano, la sua diffidenza si dissipò.

Saeko s’impose di restare in piedi e di mantenere un atteggiamento distaccato. Si aspettava qualche complimento generico, invece lui disse. “I Futomaki erano squisiti, non ne ho mai assaggiati di così buoni, mi domandavo se ha usato il granchio melograno per il ripieno. ”

Lei sgranò gli occhi e il suo sorriso tagliente si smussò. «So che i cuochi hanno i loro segreti, non è obbligata a rispondere. Ho solo notato che la materia prima che usa è di prima scelta e volevo farle sapere che l’apprezzo. »

Senza rendersene conto, Saeko si sedette. «Mi servo da un amico, di Osaka come me, che riesce a procurarmi sempre il meglio».

L’uomo giocherellò con le bacchette, tenendo gli occhi bassi. «E potrebbe procurarle anche qualcosa di più… particolare? ».

Saeko strinse gli occhi. «Cosa intende? ».

Lui mise la mano a coppa, come per metterla a parte di un segreto. «Ho sentito parlare di una squisitezza che è letale se non è cucinata a regola d’arte».

Saeko rise. «Si riferisce al fugu».

Gli occhi gli si illuminarono. «Sì, il pesce palla. Sa cucinarlo? ».

Lei annuì. «In Giappone l’ho preparato molte volte, ma qui è illegale».

Lui le rivolse un sorriso complice e le sfiorò l’anulare, dove il fantasma di una fede cominciava già a sbiadire. «Magari un giorno, quando saremo più intimi…».

«Quel giorno è arrivato» mormorò Saeko, appoggiandosi alla ringhiera per rialzarsi.

Si lisciò le pieghe della gonna, zoppicò fino alla cucina e riunì le tazze della colazione. Guardò l’acqua scorrere, senza accorgersi che Jun la fissava già da qualche tempo coi suoi occhi d’onice, coi pollici infilati nelle bretelle dello zaino.

«Che cos’è successo? »

Mochi le sgattaiolò tra le gambe e andò ad accoccolarsi in uno spicchio di luce sul davanzale: Saeko gli grattò la testa e il persiano ronfò soddisfatto.

«Sono caduta».

Nel dirlo le sembrò di sentire ancora la pressione del piede di Giorgio sulla bassa schiena, rivide la pantofola che le si sfilava sul bordo del primo gradino e avvertì un tonfo allo stomaco come se stesse cadendo di nuovo. La mano tornò a proteggerle la pancia e divorò l’aria a grandi boccate.

Jun si avvicinò, le posò un orecchio sul ventre e disse: «Si muove, ma devi stare più attenta».

Saeko le accarezzò i capelli. «Lo sarò d’ora in poi. Stasera sei al pigiama party di Marzia, vero? ». La bambina annuì.

Saeko la baciò sulla nuca. «Molto bene».

Seguì la figlia con lo sguardo finché non fu uscita dalla stanza e raggiunse il telefono a passo svelto. Due squilli, poi qualcuno rispose. «Morita, ho bisogno di una consegna speciale».

Dopo qualche istante di silenzio un uomo chiese: «Hai mancato ancora di grazia? ».

A Saeko sembrò di risentire il risucchio involontario nel sorbire il suo latte. Giorgio aveva alzato gli occhi colmi di rimprovero su di lei: «Manchi di grazia» aveva detto prima di rincorrerla sulle scale.

La donna assentì, come se Morita potesse vederla e lui disse: «Arriverà in giornata».

Saeko andò ad aprire il cancello, si sedette sul bordo del divano e aspettò, inerte, finché il campanello non suonò. Una sola volta. Sul tappetino di benvenuto trovò un involto umido, che strinse fra le braccia come se fosse un neonato. Accartocciò il giornale che proteggeva il contenuto e adagiò il pesce su un grande tagliere: ancora boccheggiava. Pulì il coltello su un panno candido e baciò la lama prima di tagliargli di netto la testa.

Un taglio sul naso con la punta della forbice, che le aveva lasciato una piccola cicatrice a forma di esse: era stata quella la prima volta. «Manchi di grazia» aveva ruggito Giorgio.

Lei si era sfiorata il punto dove lui aveva tagliato via il brufolo che lo aveva infastidito e aveva fissato il sangue appiccicoso sui polpastrelli.

Saeko strappò via la pelle del pesce con un gesto deciso.

Lo strappo non le aveva fatto male. Il gesto sì.

«Manchi di grazia» le aveva detto Giorgio mostrandole il pelo bianco, quasi trasparente, che le aveva staccato dal mento. Lo schiaffo l’aveva raggiunta con la rapidità di un proiettile: lui l’aveva colpita con le nocche e non erano bastati correttore e fondotinta per nascondere l’ecchimosi sulla gota.

Saeko estrasse i filetti, attenta a non toccare le interiora con la lama, poi li affettò in pezzetti così sottili da poterci guardare attraverso.

Quando Giorgio rientrò, allentandosi la cravatta in un borbottio indispettito, fu investito da un insolito aroma proveniente dal salotto. Si affacciò incuriosito e aggrottò la fronte quando vide Saeko inginocchiata su un cuscino davanti a un tavolinetto basso, in massello intarsiato. Indossava un kimono che nascondeva le rotondità della gravidanza, si era tinta il volto di bianco e le labbra erano divise a metà da una linea di rossetto vermiglio; in una ciotola di legno mescolava il matcha con abili movimenti a zig-zag, ma non fu il tè ad attirare la sua attenzione, bensì lo splendido piatto di portata dove il pesce era stato disposto ad arte a formare un crisantemo.

Giorgio lo indicò. «È quello che penso? ». Lei tirò le labbra in un sorriso garbato. «Avrei dovuto preparartelo molto tempo fa».

Giorgio si sedette di fronte a lei, a gambe incrociate. Mochi, accovacciato su un bracciolo del divano, lo fissava con occhi severi. «E perché l’hai preparato proprio oggi? ».

Saeko versò il tè nella tazza. «Oggi è un giorno speciale: è l’anniversario del nostro incontro»

Giorgio allungò una mano verso il pesce, ma subito la ritrasse. Alzò la testa di scatto e non gli sfuggì il tremito che scosse il labbro della moglie.

«È molto velenoso, vero? ».

«Lo è, se non è preparato come si deve, ma la grazia in cucina non mi manca di certo».

La bocca di Giorgio si deformò in un ghigno. «È per questo che ti ho sposato. Assaggialo prima tu, cara».

Saeko si artigliò il kimono ma rilassò le dita non appena si accorse che lui le fissava le mani. «Nella mia condizione non è consigliabile» disse, accarezzandosi la pancia.

Lui scoprì i denti ed emise una specie di ringhio, tanto che Mochi gli rispose con un miagolio inquieto. Giorgio sfilò un petalo di pesce dalla composizione e lo lanciò al gatto che lo afferrò al volo.

L’uomo si voltò di scatto per cogliere la reazione di Saeko e scorse una crepa nel suo contegno, che si allargò a dismisura quando la serratura della porta di casa scattò.

Jun comparve sulla soglia e salutò. La voce di Saeki tremò. «Non dovevi essere da Marzia?».

«Si è sentita male e ha annullato tutto. Salmonellosi, credo». Giorgio sfiorò la guancia della moglie con un buffetto, imbrattandosi le dita di bianco. «Siedi con noi, tesoro. La mamma ha preparato una specialità»

La bambina si inginocchiò accanto a Giorgio, ma storse il naso guardando il piatto. «Che roba è? ».

Giorgio le accarezzò i capelli con la cura che si riserva a un ninnolo fragile.

La bimba tirò fuori la lingua. «Pesce crudo? Bleah!».

Saeko seguì con inquietudine le dita di Giorgio, che saettarono in aria, smaniose di punire quella mancanza di femminilità. Per un istante fu certa che si sarebbero stampate sulla guancia della figlia, invece, planarono sul piatto, pescarono una fetta di fugu con rapidità e si fermarono a un centimetro dalle labbra di Jun.

«Avanti! Assaggia».

Jun alzò un sopracciglio. «Ho detto che non…».

Giorgio le premette la mano sulla bocca, coprendole anche le narici e la bimba gli artigliò il braccio, spalancando gli occhi terrorizzati sulla madre. «Buttalo giù, ti ho detto».

La bimba ubbidì e Saeko serrò le palpebre.

«Ora tu», disse Giorgio, spingendo il piatto verso la moglie.

Saeko strappò un altro petalo dal perfetto fiore di pesce che aveva preparato, lo mise in bocca e masticò a occhi chiusi.

Giorgio restò in attesa per qualche istante. Tamburellò le dita sul tavolo, facendo rimbalzare lo sguardo tra il gatto, Jun e Saeki, tutti e tre immobili come il silenzio in cui era sprofondata la stanza. Non appena Mochi iniziò a leccarsi in una posa da contorsionista, Giorgio scosse il capo e rivolse un sorriso grato alla moglie.

«Scusa se sono stato così sciocco».

L’uomo sorseggiò il suo tè, sfilò una fetta di fugu dal piatto e se la posò sulla lingua con una solennità degna di una cerimonia sacra; masticò, alzando gli occhi al cielo, quasi in estasi, terminando l’assaggio con un mugolio di beatitudine.

Saeki piegò le labbra in un sorriso compiaciuto. «È come te lo immaginavi? »

«Molto di più. È paradisiac…».

Il complimento gli restò incastrato in gola. Si serrò il collo con una mano e strabuzzò gli occhi.

«Jun. In camera tua» disse Saeki.

La bimba abbandonò la stanza senza fiatare e Mochi le trotterellò dietro.

Giorgio si alzò di scatto e mulinò le braccia in aria, boccheggiando come un pesce in una boccia.

«Il fugu?» cercò di chiedere, ma dalle sue labbra uscì solo un ansito strozzato. Come se lo avesse compreso, Saeko picchiettò le nocche sulla tazza di matcha, poi tornò a fissarlo, col volto immutabile di una bambola di porcellana. Prima che la vista gli si appannasse, Giorgio pensò che al mondo non potesse esistere una creatura più aggraziata di lei. –


 

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