Un viaggio nella Carnia che resiste: una mostra sulla vita in montagna
A Ravascletto la rassegna “Sconfinare, germogliare”: le storie delle giovani famiglie che hanno scelto di rimanere nei piccoli paesi

La mostra “Sconfinare, germogliare. Viaggio tra memoria e presente nelle giovani famiglie di Carnia” (aperta ancora oggi e domani alla Cjasa Da Duga a Ravascletto) è il risultato di una indagine avviata dalla Comunità di montagna della Carnia per raccontare la vita delle giovani famiglie che hanno scelto di rimanere nei paesi della montagna carnica, in un contesto segnato da dinamiche di spopolamento. Attraverso ritratti fotografici e video-interviste realizzati dalla fotografa Ulderica Da Pozzo, il progetto ha raccolto le testimonianze di famiglie residenti nei 25 Comuni. Ecco come la fotografa carnica racconta il suo ultimo viaggio.
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Quando ho pensato a questo progetto sulle famiglie, ho immaginato un viaggio e degli incontri con le famiglie che abitano e vivono la Carnia, che vivono la vita di ogni giorno, con la casa, i figli, il lavoro, il rapporto con la loro terra.
Ho rivisto il mio primo viaggio dentro le case della Carnia, quando ormai nel lontano 1996 è nato il libro “Il fum e l’aga” e l’incontro con quelli che erano i più vecchi abitanti della Carnia. Anche allora sono entrata nelle case, e ho incontrato, fotografato e intervistato una generazione nata a cavallo tra due secoli.
Una generazione che aveva vissuto due guerre, l’invasione, la miseria, e poi i cambiamenti veloci degli ultimi anni. Le loro case erano strutturate per una vita che si svolgeva in gran parte in cucina. Molte volte lo spolert era il centro e il calore della casa. I loro ricordi erano oggetti appesi e foto incastonate nella credenza di legno, ma già i televisori erano parte integrante dell’arredamento.

Le case di oggi hanno cambiato volto, sono diventate spazi più ampi. In alcune lo spolert, inserito in una cucina moderna e digitale, è ancora acceso, con la polenta e la salsiccia a rosolare, come a Cabia nel pranzo della domenica a cui sono stata invitata in una giornata di sole.
Sono entrata in case appena ristrutturate, in case che erano state dei nonni, o in case cercate e acquistate con il mutuo; in case che si stavano rimodernando, in case in cui i mobili disegnavano uno stile contemporaneo, uguale e diverso. Case con fogolars in cui il fuoco non è solo calore ma anche arredamento.
Le famiglie le vedrete nelle fotografie: nelle loro case, nei cortili, immerse nei loro paesaggi. Famiglie numerose e famiglie piccole, famiglie unite e famiglie divise.

Sono le loro parole che mi hanno colpito: parole che raccontano e che stupiscono. Innanzi tutto perché nessuno vorrebbe andare via, anche chi vive più isolato. Come a Dubeis, un borgo con solo due famiglie, e una bimba, Alma, che corre felice sotto il Monte Verzegnis. O come la famiglia che, da Udine, con cinque bambini, il più grande di 10 anni e la più piccola di sei mesi, è venuta ad abitare a Sant’Antonio, un borgo appena fuori Forni di Sotto.
Sia la mamma che il papà mi hanno detto che non tornerebbero mai a Udine e che qui in montagna hanno trovato l’ambiente giusto per i loro figli.
Certo ci sono anche paesi che soffrono di più, perché i numeri sono piccoli, e sono i numeri che fanno la socialità. Quando mancano i numeri tutto diventa più difficile: è difficile incontrarsi, mantenere le scuole aperte, i bambini devono fin da piccoli viaggiare su scuolabus, che collegano paesi e vallate.
Qualcuno mi ha parlato in carnico, alcuni in italiano. È interessante vedere come a volte sono i genitori che si adattano a inseguire il parlare in italiano dei figli. Le parole più usate sono state bellezza e pace. Tutti mi hanno parlato della bellezza della nostra terra. Mi sono ritrovata delle volte in piccoli avvenimenti, in piccoli borghi, a girare con bambini e mamma, tra Stelle, Femenate, e altri riti. Riti che resistono più tenacemente nei posti più alti e isolati, come se ci fosse bisogno di più fatica per resistere.
Tanti mi hanno parlato anche delle difficoltà. Certo Rubens, un bambino che vive tra Buttea e l’azienda agricola dei suoi genitori, non ha compagni con cui giocare; ma esprime anche una consapevolezza nei suoi gesti e desideri e un piacere speciale a scendere a Caneva per andare a scuola. La mamma lo porta ogni giorno da Buttea a Curiedi, dove arriva lo scuolabus, e il papà lo riprende alla sera con il buio. Ma i suoi occhi sono uno specchio di grande serenità. Rebecca, una delle mie ragazze del ‘99 ha lasciato Cabia e fatto salire suo marito da Moruzzo, fino a Cima Corso sopra Ampezzo: qui hanno comprato e restaurato un casolare dove adesso vivono con i loro tre bambini. Bambini felici. Tante sono le storie, e le vorrei far diventare un libro.
Ho avuto da tutti un grande regalo. Li ringrazio di avermi aperto la porta, di avermi regalato il calore e i colori delle loro case, il verde dei prati e le scale per salire, gli sguardi e i pensieri che ho ascoltato e immaginato e ho fatto diventare fotografie.
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