Pordenone, un parente dei fidanzati uccisi nel parcheggio: prenderanno il killer

Martedì 17 marzo furono freddati davanti al palasport. Avvolta nel mistero la morte di Teresa Costanza e di Trifone Ragone

PORDENONE. «Prenderanno il killer, ne sono sicuro», dice un parente. «Sarà un’indagine lunga, difficile, complessa, ma non impossibile», confermano gli investigatori.

Mancavano dieci minuti alle 20, martedì 17 marzo, e il parcheggio del palasport di via Interna, a pochi passi dai vigili del fuoco, brulicava di gente: atleti, genitori, ragazzi, podisti. All’improvviso, però, pare che in tanti si fossero “volatizzati”. Proprio nel momento in cui si sentirono «alcuni colpi simili a miccette».

Era l’attimo che segnava lo spartiacque tra la Pordenone tranquilla e quella che ha cominciato ad avere paura. Paura che resterà sino a quando uno o più killer avranno un volto, oggi, cinque mesi e mezzo dopo, ancora ignoto.

Quella sera, tra tante auto, una Suzuki Alto bianca. Vetro del conducente in frantumi, portiera del passeggero semiaperta. «Venite, dentro ci sono due feriti».

Torna all’improvviso dentro la palestra una donna di Porcia e lancia l’allarme. L’area viene circondata dai carabinieri, sul posto arrivano più ambulanze. Nei primi minuti si pensa a un omicidio-suicidio. Poi, però, quando l’arma non si trova, si fa strada l’ipotesi del duplice omicidio.

La notizia fa il giro della città e in pochi minuti, al palasport, si raduna una piccola folla. In quella macchina giacciono, senza vita, uccisi da tre colpi di pistola ciascuno, Teresa Costanza, trentenne laureata alla Bocconi, assicuratrice da pochi giorni alla Zurich di Pordenone, e il ventottenne caporal maggiore del 132° reggimento carri di Cordenons Trifone Ragone, appassionato di cross fit.

Erano fidanzati: si erano conosciuti il 15 dicembre 2013 in una discoteca di Milano, quando il giovane aveva sfilato alla presentazione del calendario di Hell boys. Dal 30 aprile successivo convivono: Teresa lascia Milano e il lavoro, e si trasferisce a Pordenone con il soldato, in un piccolo appartamento di via Chioggia, che nel frattempo ha vinto il concorso per entrare nella Guardia di finanza.

Martedì 17 marzo, sera. Il giovane si allena al palasport, la fidanzata lo aspetta, entrando e uscendo più volte – anche per fare la spesa – dalla palestra. Nulla lascia presagire ciò che sarebbe accaduto, all’oscuro di tutto e tutti, perché lì, in via Interna, le telecamere non registrano alcunché: sono giocattolo.

«Rumori di miccetta», appena saliti nell’auto, per tornare a casa. Il killer – senza volto, invisibile – ha agito in pochi secondi, utilizzando una pistola calibro 7.65, molto vecchia, e verosimilmente è già lontano. Come, forse, il suo mandante, visto che gli investigatori non escludono che abbia agito su commissione.

Quattro “super testimoni” confermano di avere sentito quelli che sarebbero stati spari, usciti da un’arma priva di silenziatore, ma confermano anche di non avere visto alcun killer o sospetto tale. «In una città tranquilla – ha sempre ripetuto il procuratore Marco Martani – chi avrebbe mai ricondotto quei rumori a degli spari?».

I quattro sono stati riportati sul luogo del delitto dagli inquirenti più volte. Per ricostruire nel minimo dettaglio tempi e luoghi. E tutti e quattro hanno sempre confermato, senza minime sbavature: «Abbiamo sentito, ma non abbiamo visto».

Nei mesi successivi in caserma sono state sentite a sommarie informazioni più di 400 persone, dagli atleti ai colleghi, dagli amici ai parenti delle vittime, sono state incrociate comunicazioni telefoniche e telematiche. Eppure, il movente dell’esecuzione pare sfuggire.

La pista della gelosia è stata vagliata per prima, scandagliando nel passato dei fidanzati. Nulla. Resta aperta quella di «un grosso sgarbo» in un ambiente poco limpido: le modalità dell’esecuzione fanno pensare alla mala dell’Est Europa.

Ma i due ragazzi erano puliti e non erano mai stati coinvolti né si erano trovati in situazioni border line. Chi, dunque, sa usare abilmente un’arma e viene addestrato per affrontare situazioni di pericolo, compresa una eventuale reazione di auto difesa del caporal maggiore? Un militare. Molti colleghi di Trifone Ragone sono stati sentiti, anche più volte.

L’indagine riprende vigore dalla perizia balistica, depositata da pochi giorni in Procura, partita dai sei bossoli trovati sul luogo del delitto. Solo nel 1975 la bibliografia specializzata elencava più di 800 modelli di semiautomatica calibro 7.65 che, da allora, sono lievitati a mille.

Grazie a una meticolosa analisi, il perito Pietro Benedetti, ne ha isolati tre, in mano al pool investigativo coordinato dai pubblici ministeri Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro.

In parallelo procedono le indagini difensive disposte dalla famiglia Ragone. Gli avvocati Serena Gasperini e Daniele Fabrizi e il consulente informatico Simone Bonifazi hanno utilizzato il sofisticato software skyhunter per mappare la copertura radioelettrica nel tragitto dalla palestra di pesistica all’appartamento di via Chioggia.

Si spera di scremare, dalle migliaia, una decina di utenze telefoniche sulle quali concentrare l’attenzione. Sarà un lavoro lungo.

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