A Pordenone due incontri con Fabio Stassi: «La cultura è resistenza»

Lo scrittore autore di Bebelptatz ospite della rassegna dell’associazione Aladura: «I Libri salvano e difendono il luogo della verità, che non può essere semplificata»

Cristina Savi
Fabio Stassi, autore di “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati”, finalista al Premio Campiello 2025
Fabio Stassi, autore di “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati”, finalista al Premio Campiello 2025

Bruciare un libro significa tentare di cancellare il futuro. È un gesto antico quanto la paura, e ogni volta ritorna quando il presente non tollera più domande. È da qui che riparte la rassegna culturale dell’associazione Aladura di Pordenone, da anni attenta a intrecciare memoria, letteratura e coscienza civile, soprattutto nel periodo che conduce al 27 gennaio, Giornata della Memoria. Quest’anno lo fa con Fabio Stassi, autore di “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati”, finalista al Premio Campiello 2025, protagonista di due incontri a Pordenone: mercoledì 14 gennaio, per tutti, alle 20.30 nell’Auditorium Vendramini e giovedì 15 gennaio nell’Auditorium Grigoletti, davanti a 280 studenti.

Il libro è il frutto di un viaggio in Germania compiuto subito dopo la pandemia, quando, racconta Stassi, «si è aperta una lacerante crisi d’identità, non capivo più a quale mondo appartenessi e mi sono reso conto che non potevo più scrivere come prima». Per questo «non ho indossato alcuna maschera: sono io, Fabio, che va in Germania».

Camminare nei luoghi dei roghi del 1933, nelle città ricostruite, è stato anche un attraversamento del proprio sé: «Metaforicamente quelle città corrispondono un po’ a noi dopo la pandemia, noi che abbiamo subito una sorta di bombardamento interiore. Questo libro nasce da quel rogo dentro di me».

“Bebelplatz” (la piazza di Berlino dove il 10 maggio 1933, a mezzanotte, i nazisti bruciarono migliaia di libri) è un’opera ibrida, fra saggio, reportage e memoir, perché viene dallo smarrimento e da una domanda radicale: “A cosa serve la letteratura? A cosa serve uno scrittore?”. Stassi intreccia la storia dei roghi nazisti con un itinerario personale che tocca Berlino, Monaco, Amburgo, Colonia, ma anche Zurigo, la città degli esuli, dove vissero figure come Silone. È un viaggio per “ritrovare me stesso e le cose in cui ho sempre creduto, in un momento storico di nuovo improvvisamente pericoloso”.

Nel libro ritorna più volte la biblioteca murata di Don Chisciotte, emblema di tutte le biblioteche violate. Oggi, spiega Stassi, quella stanza rappresenta «il luogo che abbiamo perso e da cui dovremmo ripartire. Le biblioteche sono una terra di nessuno e una protesta radicale contro ogni nazionalismo: sono come ambasciate, danno ricovero a chi è o si sente in esilio dal mondo».

In un tempo in cui “il ritorno imperioso della guerra” ci attraversa, la letteratura resta “la forma più radicale di rifiuto della guerra”, come hanno mostrato nel Novecento Calvino, Primo Levi, Cassola.

Perché l’umanità continua a bruciare libri? Stassi risale a un editto di duemila anni fa: «Un cancelliere cinese disse: chiunque usi la storia per giudicare il presente verrà giustiziato insieme alla sua famiglia. Qui si annida la ragione per cui tutte le forme totalitarie detestano i libri e i lettori: non si vuole che il presente sia criticato». Il vero nemico dei dittatori «non è il libro in sé, ma il lettore che pensa con la propria testa».

In questo senso la letteratura non offre risposte, ma “domande migliori”. È, dice Stassi, «una vedetta sulla complessità del mondo, salva e difende il luogo della verità, che non può essere semplificata». In tempi di propaganda e slogan, il suo compito è urgente: “Impedire, come diceva Elsa Morante, la disintegrazione della coscienza umana, offrire competenza critica, non farsi manipolare, tessere un’elegia del dubbio, comprendere invece di giudicare».

È questa la direzione che l’associazione Aladura continua a indicare con coerenza: fare della memoria non un rito, ma un esercizio vivo, soprattutto per i più giovani. Portare 280 ragazzi davanti a una storia di libri bruciati significa ricordare che la cultura non è un ornamento, ma una forma di resistenza. Anche in mezzo al fumo e alle ceneri, qualcuno continua a leggere. E quindi, ostinatamente, a pensare.

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