Pordenone Docs Fest, Premio della giuria al film iraniano A Fox under a Pink Moon

Menzione speciale a Peacemaker, sui Balcani in fiamme, lo  Young Jury Award assegnato a 32 meters di Atabaki

Cristina Savi

 

I numeri, prima di tutto: oltre 6 mila biglietti staccati, più di 250 ospiti internazionali, cinque giorni di sale sempre piene e un programma che ha trasformato ancora una volta il Pordenone Docs Fest, sul quale è calato il sipario, in un punto di riferimento per il cinema documentario.

Ma dietro le cifre, ciò che resta della 19ma edizione è soprattutto una sensazione diffusa di partecipazione, un’energia concreta che ha attraversato incontri, proiezioni e dibattiti, confermando la capacità del festival di costruire uno spazio vivo e necessario.

Le sale di Cinemazero, dal 25 al 29 marzo, non sono state soltanto luoghi di visione, ma veri e propri punti di contatto tra autori, pubblico e studenti arrivati da tutta Europa. Un dialogo continuo che ha trovato nel claim “i documentari possono cambiare il mondo” una sintesi efficace, ribadita anche dal curatore Riccardo Costantini e rispecchiata nelle opere premiate.

Il Gran Premio della giuria internazionale, composta dalla scrittrice Esther Kinsky, dal regista Igor Bezinović — vincitore agli Efa 2026 con “Fiume o Morte! “— e da Nikolaus Geyrhalter, fra i più autorevoli autori del documentario contemporaneo, è andato a “A Fox under a Pink Moon” dell’iraniano Mehrdad Oskouei, un lavoro che colpisce per la sua radicale intimità: girato nell’arco di cinque anni dalla stessa protagonista con un telefono cellulare, restituisce la dimensione concreta e quotidiana dell’esperienza migratoria.

Durante la premiazione, attraverso un videomessaggio del regista è emersa con forza l’idea di un cinema capace di proteggere i sogni anche nei contesti più fragili, mentre la giovane protagonista ha ricordato come la sua storia rappresenti quella di molte donne senza voce.

Accanto al premio principale, la menzione speciale a “Peacemaker”, sui Balcani “in fiamme”, del regista croato Ivan Ramljak, ha riportato l’attenzione sul valore degli archivi e sulla necessità di fare memoria, mentre lo Young Jury Award assegnato a “32 meters” dell’iraniano Morteza Atabaki, ha messo in luce un racconto di crescita e autodeterminazione letto come forma di resistenza condivisa dalla giovane giuria europea.

Tra i segnali più concreti della capacità del festival di creare connessioni si distingue il percorso di “Supernature” di Ed Sayers, vincitore del Green Documentary Award e del Premio del Pubblico: il film ha trovato proprio grazie al festival un distributore italiano e arriverà nelle sale, prolungando così l’impatto della manifestazione ben oltre i suoi giorni.

Un risultato che misura in modo tangibile il ruolo del Docs Fest come piattaforma attiva, non solo vetrina. Forte anche il messaggio del DocsXR Audience Award assegnato a “Under the Same Sky”, esperienza immersiva che porta lo spettatore dentro la realtà di Gaza, trasformando la visione in coinvolgimento diretto e sottolineando la tensione del festival verso linguaggi e formati contemporanei.

A tenere insieme l’intera edizione è stato un filo rosso, che idealmente si è aperto e si è chiuso con l’Iran. Se il festival aveva già intercettato storie legate a quel contesto, la serata finale ha trovato compimento con “The Westoxicateds” di Gilda Pourjabar, presente in sala. Il film, costruito fra materiali d’archivio e animazione, h raccontato un’adolescenza segnata dalla scoperta clandestina della musica occidentale: cassette proibite, rock ascoltato di nascosto, arte come spazio di libertà. Senza mostrare direttamente la repressione, la regista riesce a farla percepire, restituendo un racconto intimo e politico insieme.

Nelle sue parole, la musica diventa strumento per esprimere rabbia e frustrazione, mentre la scena artistica iraniana continua, nonostante tutto, a rimanere viva e vibrante.

È in questa capacità di mettere in relazione storie individuali e tensioni globali che si misura il bilancio più significativo del festival: non solo numeri solidi ma uno spazio che continua a interrogare lo sguardo e ad aprire prospettive, confermando il documentario come uno dei linguaggi più urgenti del presente

 

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