Omero Antonutti: «I miei primi ottant'anni: sto vivendo una grande primavera friulana»

«Tancj auguris, fantat!». Una frase in marilenghe per dare l’abbraccio festoso di tutto il Friuli a un suo illustre e amato figlio: Omero Antonutti.
Il giovane ottantenne giramondo di Blessano taglia un bel traguardo. «Rispettabile direi - commenta sorridendo con quella voce profonda e inconfondibile -. E lo taglio con soddisfazione: sto bene, il lavoro non mi manca, sto vivendo un’entusiasmante primavera friulana generosa di frutti. E adesso, dopo un’altra replica dello stupendo Strolic, sono finalmente pronto per... le vacanze!».
A proposito di Strolic, abbiamo applaudito il Maestro della voce anche nelle serate finali di Folkest a Spilimbergo con il coro Natissa di Aquileia, l’angelica Dorina Leka, il trio di strumentisti, Valter Sivilotti (autore delle belle musiche) e Luca Bonutti, direttore e regista dell’operazione Zorutti.
Emozionante, ancora una volta. «Lo è sempre per me - commenta Antonutti -. E devo dire grazie a Luca e alla sua testardaggine se mi sono riavvicinato alla letteratura friulana e a questa meravigliosa lingua del cuore. Ha aperto - come dicevo - una nuova stagione per me. Che prosegue».
- Ritorno a Pasolini?
«Con gioia. Sarò il 2 novembre a Pordenone per ...tra la Carne e il Cielo, con l’Orchestra filarmonica di Torino diretta da Tito Ceccherini, con il pianista Maurizio Baglini, la violoncellista Silvia Chiesa e il soprano Valentina Coladonato. Le musiche saranno di un grande compositore come Azio Corghi; accanto ad esse, pagine di Ravel, Bach e Weber. Le parole toccheranno a me. Rendiamo così omaggio a Pasolini nel quarantesimo della sua tragica morte con un bel progetto originale».
- Pasolini non amava e non amerebbe le celebrazioni...
«È vero. Ce ne sono state fin troppe, ma questa, mi creda, è lontana dalle ideologie, dalla politica e dalle sue bandierine. È una cosa seria, libera, bella e profonda. Come lo è stato I Turcs tal Friûl messo in scena da De Capitani, quel capolavoro giovanile che amo tantissimo. Ricordo di averlo visto a Roma assieme a un’amica che non capiva il friulano. Eppure, si commosse come me che ne percepivo quasi ogni sfumatura. Magia assoluta! Ma lo sa che Elio venne a propormi di entrare nel progetto e io gli risposi di no? Non pensavo, sbagliando clamorosamente, che il friulano fosse lingua da teatro alto. Invece, fu un trionfo. Da cui rimasi fuori».
- Mai dire mai...
«Lo prendo come un augurio. Questa dei Turcs è stata per me una lezione: mi ha fatto comprendere che la potenza e la passione di una lingua possono diventare universali se sono utilizzate e plasmate da un grande ingegno, come Pier Paolo è stato fin da quei fecondi anni giovanili. Lui ha poi preso strade diverse, ma questa radice linguistica credo non l’abbia mai dimenticata davvero. Anche quando sembrava essersene allontanato fin troppo».
- C’è poi un Antonutti triestino. Ci sono progetti per el mulo Omero?
«A Trieste ci sono cresciuto e ci ho lavorato. Ho ricordi belli e profondi. Sì, ci tornerò a fine mese per Trieste capitale del caffè. Sarò protagonista di una serata dedicata alla poesia nel Salone degli incanti. Proporrò liriche di Saba, Cergoly e Giotti, ma non mancheranno . alcune pagine di Svevo: nella sua città non puoi non leggere qualcosa da La coscienza di Zeno. Ineludibile!».
- E c’è l’Antonutti romano che abita vicino all’amico Giorgio Napolitano...
«Sa cosa le dico? Che io e mia moglie Graziella stiamo pensando di trasferirci stabilmente qui in Friuli. Roma non mi piace più, ci vivo male. C’è troppa maleducazione in giro, c’è sporcizia, nelle strade e nella politica, ideali morti e ladri sempre vivi. Quella giornalista del New York Times aveva ragione».
- Maestro, tornando alla nuova-antica stagione furlana, come la vive?
«Come un uomo sempre fiero di essere friulano e di aver ripreso in mano la mia lingua domestica, che riaccende i ricordi di bambino a Blessano e a Orsaria, i più forti. I suoni, la luce e i profumi delle osterie e delle povere botteghe di paese, il lavoro umile e silenzioso di tanta gente sono ricordi sicuramente migliori di un certo cinema e di una certa televisione che vedo in giro. Però, non rinnego le mie scelte: le ho fatte sempre liberamente, a volte sbagliando e a volte indovinando, sul palcoscenico e sullo schermo, da Comencini e Rossellini a Squarzina e ai fratelli Taviani, da Fellini a Placido, da Ferrara a Marco Tullio Giordana e Spike Lee. Incontri artistici e umani importanti che mi hanno fatto pensare alle radici di cui sono figlio».
- Il riscoperto Zorutti e il mai dimenticato Pasolini sono mondi lontanissimi tra loro...
«Certo, lo sappiamo tutti, ma nella nostra cultura non c’è per forza bisogno di scontri e classifiche, c’è spazio per entrambi, per Siôr Pieri e per Pier Paolo, pur con tempi, profondità e ordini di grandezza molto diversi. Come diverso è il Friuli di oggi. Ma mi interessava e mi interessa la lingua friulana che canta nei cuori di ognuno: non è andata smarrita. È la mia nuova e bella primavera». E allora, auguris, Mestri de vôs!
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